Excerpt for Tutti i sogni che abbiamo imparato by Davide Pignedoli, available in its entirety at Smashwords







Davide Pignedoli

Tutti i Sogni che

Abbiamo Imparato





Quello che segue è un estratto dalla raccolta di racconti “Tutti i sogni che abbiamo imparato”, in uscita presso Edizioni Creativa.

Per informazioni e per acquistare il libro rivolgersi all’autore (davide.pignedoli@gmail.com) o all’editore (info@edizionicreativa.it).












A Tamar

Ad Alex

E a me




(notte) Padana minuscola




La nebbia della mia città

È tutto ciò che ho, è tutto ciò che dà

F.R.



La vista della nebbia è filtrata dal finestrino, la fronte è appoggiata sul finestrino: sensazione di freddo.

Alla guida, lui parla e batte con le mani sul volante, al ritmo della solita musica. Guarda nello specchietto retrovisore, parla di niente: sensazione di niente.

Mi soffoco l’insofferenza nella giacca di pelle, la voglia di fuggire mi si secca in bocca con un sapore di nicotina. Sensazione ingannevole di calore, nell’abitacolo della macchina. Mi proteggo con un silenzio ostinato che si finge stanco, e lancio sguardi distratti alle luci ovattate dei capannoni, dei lampioni.

La mia città è tutta qui: lui che parla di niente, queste luci che mi scorrono accanto, mischiate alla nebbia. La mia vita è tutta qui: distesa su questa strada. Il finestrino si appanna pian piano; l’alone umido del mio respiro mi sale dalla bocca e si spande sul vetro, si sovrappone alla nebbia. Non si vede quasi più nulla di fuori. Mi proteggo così.

Gesti automatici cambiano stazioni radio, schivano e schifano ritmi latinoamericani, mi tengono gli occhi fissi fuori dal finestrino. Non metto a fuoco: mi proteggo così. Nemmeno io sono a fuoco, qui. Nella tasca della giacca di pelle la mia mano fruga alla ricerca di una voce amica, estrae i Virginiana Miller trovati questo pomeriggio su internet.

La musica mi protegge dalla voce di lui, la pianura padana mi anestetizza con la sua nebbia.

Questa città mi ammazzerà con la sua noia. Io mi proteggo così, dimenticandomi di viverla.

Tre cose per iniziare




"Aha ahah ahah ahaha

Ahia iaia ia!"

Supergrass


Tre cose che mio padre farà o vorrebbe fare: acquistare un’angoliera d’antiquariato per mia madre, andare a letto presto e pisciare in piedi senza alzare la ciambella. Tre cose che farà mia madre: trovare un oggetto d’antiquariato più costoso o ingombrante dell’ango-liera, iscriversi a un corso di yoga, obbligare mio padre a pisciare seduto.

Fare felice qualcuno a volte è meno complicato che cercare di essere felici. Tre cose che farò io questa sera: guardarmi intorno cercando di immaginare come sarà la mia casa, ascoltare i Supergrass, un’altra canna d’erba prima di dormire.

È questo a cui penso ogni mattina appena sveglio: devo trovarmi una casa, devo andarmene da questa soffocante mansarda nella casa dei miei genitori. Non sono così male come compagni d’appartamento: gli universitari in trasferta a Bologna sono ben peggiori, per disordine, rumore, distrazioni, invasione degli spazi personali, regole non scritte e standard cui aderire.

Ma questa mansarda non ha più spazio per nuovi pensieri. Devo costruire una nuova versione di me. D’estate voglio camminare a piedi nudi su un pavimento freddo, voglio lasciare bicchieri sporchi di vino sulla tavola a fine serata e ritrovarli la mattina dopo da lavare nessuna domestica deve interferire nella mia immagine di questa vita. Voglio mettere in lavatrice capi bianchi e colorati insieme e lavarli in acqua fredda; se lavate in acqua fredda i colori non stingono e l’impronta ecologica è minore. Posticipo di trenta secondi l’inevitabile collasso del nostro ecosistema.

Non ho poi bisogno di molto.

L’ultima cosa: domani mattina, come sempre, pisciare seduto. Per scelta consapevole di pigrizia ancor prima che d’igiene.




"Yyeeaaaahh!"

Downset


L’uomo è la descrizione di una situazione. Questo specchio mi trasmette una brutta sensazione di attesa: sembro incompiuto. Continuo a rasarmi i capelli a zero come quando avevo vent’anni ed ero convinto che non sarei sopravvissuto fino all’anno successivo.

Nell’altra stanza si sentono passi di scarpe eleganti sul parquet di mia madre, il volume dello stereo si alza e si abbassa giocando con il cd dei Downset.

Mi piace questo! urla. Cos’è? Chi te l’ha dato?

Chiudo gli occhi per un attimo e sospendo il giudizio del resto del mondo che mi pesa addosso.

Che cosa riflette uno specchio quando non siamo lì davanti? chiedo ad alta voce.

La mia voce suona molto strana, completamente artificiale. Non solo perché la domanda è effettivamente pretenziosa, ma perché ho parlato a occhi chiusi. Li riapro. Dietro la mia spalla compare Riccardo: Possiamo andare, per favore?

Mi si svuota la mente, si rompe il giocattolo artificiale che teneva sovrapposte le immagini di quel che credo di essere e dello specchio. La distanza misura il grado d’insoddisfazione che sto preparando per la serata. Mi distraggo osservando i denti bianchi del sorriso di Riccardo, il collo bianco della camicia, i riccioli neri e corti, il nodo della cravatta.

Dobbiamo proprio uscire? chiedo.

La mano di Riccardo sulla mia spalla dice: È mercoledì, mio caro, e legioni di giovani uomini e donne aspettano solamente la tua persona, per dare inizio al divertimento.

Faccio una mezza smorfia: Perché parli così?

Per non parlare della signorina, la signorina Occhi Verdeblù, in macchina qui sotto, dice.

Usciamo: fuori da casa mia è uno splendido finale di Aprile.

Allora, insiste Riccardo: Chi ti ha dato quel cd?

Certo, andiamo.




"Eeeeehhh"

Radiohead


Camicia bianca e cravatta nera mi stanno addosso come la divisa dell’ufficio: cerco di sistemarmi sullo stretto sedile posteriore del coupé di Occhi Verdeblù e di inquadrarmi nello specchietto retrovisore, mi aggiusto la cravatta storcendo la bocca. Dal sedile davanti, Riccardo si volta in continuazione per parlarmi, toccarmi il braccio, passarmi una canna, sistemarmi il nodo della cravatta. Si agita ma non si scompone, gira lo specchietto retrovisore per controllare la sua cravatta: perfetta. È troppo grande lui, per sedere qui dietro o sbagliare il nodo della cravatta.

Occhi Verdeblù orienta di nuovo lo specchietto nella giusta posizione, inquadra la strada vuota dietro di noi: la nostra piccola città sfuma e spegne le sue luci mentre saliamo le strade della collina. Occhi Verdeblù ha un caschetto spettinato di capelli neri e l’umore uguale. Indossa anche lei giacca e cravatta, la camicia bianca non la rallegra.

Questa sera siamo solo per lei: si festeggia un altro 30elode della splendida e spietata Occhi Verdeblù. Mentre lei ci tiene il broncio, già preoccupata per un altro esame di greco antico tra pochi giorni.

Allora, dice Riccardo: Sto ancora aspettando di sapere che cd era quello nel tuo stereo… dove l’hai trovato?

Mi sento come se mi stesse facendo la stessa domanda da anni.

Downset, rispondo. Me li ha dati Erika.

Occhi Verdeblù non alza nemmeno gli occhi nello specchietto retrovisore per cercare i miei, che restano ad attendere invano, colpevoli. Si nota solo una pressione leggera sull’acceleratore e poi alza il volume ai Radiohead nell’autoradio. Riccardo annuisce soddisfatto, indifferente alla granata emozionale che ha appena fatto scoppiare nell’abitacolo del coupé. Io allungo una mano e l’appoggio sulla spalla e sul collo di Occhi Verdeblù, cerco di calmarla con una carezza. Queste rabbie silenziose mi lasciano disorientato: impotente di fronte all’irrazionale. Le mie armi convenzionali di logica e retorica non valgono nulla in queste battaglie. In amore sono un perdente.

Il programma della serata prevede giacca e cravatta per giocare più brillanti: una tequila veloce da Mario, al Puercavaca qui sulle colline, per iniziare; una parentesi cittadina poi, con camminata per il centro, un paio di altri locali; una birra magari in piazza seduti sui Leoni, se non viene a piovere. Mi aspetto il giusto di noia, euforia, conforto, cinismo.

Cerco di immaginarmi come sarà slacciare cravatta e camicia a Occhi Verdeblù, questa notte; non l’ho mai fatto prima.




"Yeah... yeah...

Yeeeah... yeaaah..."

Sonic Youth


Usciamo dal Puercavaca con una sigaretta in bocca a spegnere il bruciore della tequila nella pancia. Siamo ancora abbastanza belli nelle nostre giacche nere Occhi Verdeblù è splendida e ha le guance arrossate dall’alcol. Con irritante complesso di superiorità fissiamo i ragazzini che incrociamo nel parcheggio; entrano a bere quel che noi abbiamo bevuto qui ormai quasi dieci anni fa. Gli sguardi dei ragazzini sorvolano il nostro disprezzo e seguono il culo di Occhi Verdeblù. In qualche modo è agghiacciante che questi minuscoli cloni di un me stesso sedicenne possano ignorarmi così: sono io il loro futuro. In una borsa di plastica Riccardo ha due bottiglie di tequila e una di mescal acquistate nel locale; mentre cammina fa il rumore di una casalinga che rientra con la spesa, un fastidioso tintinnare di vetri. Io e Occhi Verdeblù siamo pochi passi più avanti e parliamo dell’ultimo singolo dei Marlene Kuntz e del nuovo disco: ci deluderà.

Prima o poi tutti finiscono per deluderti.

Le cose finiscono per lasciare spazio ad altre cose, — le dico.

Occhi Verdeblù fa una smorfia scettica. Poi mentre sale in macchina mi guarda da sopra il tettuccio e dice: — Ma io rivoglio i Marlene Kuntz per com’erano... non me ne frega niente delle loro cose nuove, dei loro nuovi equilibri, della loro evoluzione musicale o che cazzo ne so...

Tengo la portiera aperta, Riccardo mi lancia uno sguardo infastidito perché gli faccio gesto di salire sul sedile posteriore.

Sono i Marlene Kuntz o siamo noi a essere cambiati? chiedo io, mentre scendiamo verso Reggio.

Occhi Verdeblù mi provoca: Io non sono cambiata.

Forse cambiare è necessario, per mantenere vive le stesse sensazioni e le stesse emozioni che provavamo prima, — dice Riccardo da dietro. — Forse, se non si cambia, si finisce per perdere tutto quello che si aveva…

Anche lui ha le sue formule, sempre le stesse. Formule precise e orgogliose per la perfetta soddisfazione: la giusta luce, la giusta prospettiva, il giusto vestito, la compagnia, una sigaretta, un bicchiere di vino, il suo primo televisore a schermo piatto. Tranquilli, è tutto sotto controllo. E noi lì, a guardarci incantati, riflessi da mille altri come noi.

La mano di Riccardo sbuca tra di noi reggendo tra due dita un cd dei Sonic Youth: — Per favore, — dice da dietro. — Stiamo cercando di laurearci qui. Non ce la faremo mai, così.

Occhi Verdeblù cambia il cd nell’autoradio e alza il volume alla voce di Kim Gordon. Le bottiglie di Riccardo, sul sedile dietro, rotolano e sbattono. Riccardo accende una sigaretta soffiandomi il fumo sulla nuca, io appoggio la faccia al finestrino e guardo fuori; lascio scorrere sugli occhi la vista di colline notturne di Reggio Emilia, decorate da ville e quartieri da ricchi.

Sono cambiato: alla rabbia si sono mescolate la paura e l’invidia e la prudenza.




"Ah ahaha ahaha

Ah ah ah!"

Liars


Entriamo, e immediatamente rimpiango l’autoradio, i Sonic Youth, girare a vuoto per le strade basse, con gli abbaglianti accesi. La mia rabbia di adolescente torna ad agitarsi, di fronte all’insostenibile e abbagliante splendore dell’arte dei miei concittadini, incorniciata di blu. Tutto quel blu: sulle pareti, sul soffitto, sul banco del bar, sulla camicia del proprietario e sul vestito della cameriera.

Questo lo sento anche io, mi dice Riccardo. Ma non illuderti, non dirò nulla di più.

Per qualche motivo che preferisco ignorare, a Occhi Verdeblù questo locale piace: tutto il blu, le pretenziose esposizioni di arte, il cinquantenne nell’angolo che finge di scrivere poesie per tutta la notte e disegna ritratti a pagamento, ma soprattutto l’irritante ragazzo al banco. È lui che possiede tutto questo, e ne è direttamente responsabile. Di solito è molto più difficile poter attribuire una responsabilità completa e oggettiva per qualcosa di brutto.

Mi aggrappo al mio odio e me lo tengo stretto. Fisso la camicia blu di Tommaso e mi rifiuto di guardarlo in faccia mentre pago tre euro per un bicchiere di vino da supermercato. Almeno non farmelo assaggiare, prima. Versa e basta. Undici e mezza di mercoledì sera: il locale comincia a svuotarsi almeno. Noi siamo appena entrati, tutti gli altri escono in piazza dei Leoni per l’ultimo rito a base di bicchieri e sguardi e saluti.


Riccardo e Occhi Verdeblù piantano i gomiti sul banco, Tommaso ride e versa qualcosa per se in un altro bicchiere, brinda. Faccio qualche passo indietro finché non trovo tentoni un tavolino vuoto e mi siedo su uno sgabello basso, da solo.

Mi tengo impegnato giocherellando con la cera bollente di una candela viola, finché non l’ho fatta in pratica a pezzi. Tommaso si sporge per battere una mano sulla spalla di Riccardo, si sporge ancora di più dal bancone per sistemare il nodo della cravatta di Occhi Verdeblù che era già perfetto.

Faccio esercizio di contemplazione: studio i dettagli della pittura blu sui muri, la direzione delle pennellate, la densità del colore, le piccole croste irregolari.

Riccardo viene a sedere al tavolino con me, dice: — Magari tra un po’ andiamo. — Mi toglie la candela dalle mani, mi chiede una sigaretta. Poi dice: — Una di queste sere potremmo trovarci da me e riguardare Hurlyburly, eh?

Dico: — Sì, — e dico: — Dai, prendiamo Occhi Verdeblù e usciamo.

Prendiamo Occhi Verdeblù e tre birre, per piacere, dice lui a Tommaso, alzandosi e dimostrandomi quanto semplice sia, in realtà, andarsene da qui.

Usciamo fuori con i leoni e le leonesse di Reggio, — dice Occhi Verdeblù con un sorriso a Tommaso e poi a me.

Di questo locale ho anche la tessera: cartoncino blu parete con il mio nome scritto sopra, plastificato.




"Ta ta ra ta ta taaahh

Eeeeaaahhhh!"

At The Drive In


I gradini sotto i Leoni sono occupati da troppe camicie, troppi tacchi alti, scarpe lucide, minigonne di jeans, cinture con fibbie appariscenti, cappellini stropicciati, pantaloni alati davvero. Una ragazza con una borsetta assolutamente microscopica e rosa, in tinta con il fiocco dei sandali, sta cercando di salire su uno dei Leoni e ride ad alta voce; si sente ridere in tutta la piazza. La rabbia oggi si nutre di piccoli dettagli, come l’eleganza.

Riccardo dice: — Ecco adesso io vorrei un fucile da cecchino. — Occhi Verdeblù sbuffa e si stringe nelle spalle. Riccardo insiste, forse per far piacere a me: — Ma davvero, ma guardali! Tutti uguali il bicchiere in mano e il vestito bello e quei sorrisi!

Occhi Verdeblù gli si pianta davanti: — E noi tre, vestiti così?

Dai, questa è un’altra cosa, — intervengo io. — E comunque non stiamo parlando di giacca o cravatta... è come li porti addosso, certi vestiti. — Indico un po’ della gente sparsa in piazza. — Vero? — chiedo conferma a Riccardo.

Vero vero, — risponde, e fruga nelle tasche. — Chi mi fa un filtro?


Ci sediamo in terra, sul lato opposto della piazza. La ragazza con la borsetta rosa ha abbandonato il tentativo di scalata del Leone di pietra ma continua a ridere, e la si sente fin da qui. È magra, abbastanza alta, con una testa così di riccioli scuri.

Occhi Verdeblù sembra arrabbiata: Non mi piace questa cosa: dividere il mondo in buoni e cattivi secondo gusti assolutamente soggettivi.

Lo fanno tutti! — esclama Riccardo: — Lo fanno proprio tutti! Tutti giudicano e valutano e selezionano in base alle simpatie... in base ai capricci...

Io no, — insiste Occhi Verdeblù: — Io comunque non ho quest’atteggiamento di superiorità, non faccio le smorfie disgustate come voi...

Eh, noi sì, qualche volta, rispondo.

Riccardo ride: Dai, Occhi Verdeblù, è solo una questione di diverse sensibilità. Ecco tutto.

Comunque, ribatte Occhi Verdeblù, ormai scocciata: Questa abitudine che stiamo facendo del giudicare la gente, le cose, le idee, non mi piace.

Non rispondiamo, non si può spiegare o difendere. È solamente un gioco che presto finirà, come sono finiti gli altri.




"Miiiii aaaamiiiiii

Miiiiiiii aaaaaamiiii"

CCCP


Ci alziamo in piedi e torniamo verso il coupé di Occhi Verdeblù. Attraversiamo la piazza del Duomo schivando i pochi gruppi residui della meglio gioventù reggiana in divisa da divertimento. In un angolo della piazza ci sono due poliziotti della Municipale, in bicicletta. Tengo la birra nella mano destra e la sinistra in tasca; nella tasca alzo il dito medio ai poliziotti. Scaccia la sfortuna, dice Riccardo. Occhi Verdeblù e Riccardo camminano dietro di me trascinando i piedi lungo le linee che attraversano la piazza. Mi volto e cammino all’indietro. Riccardo sta contando sulla punta delle dita: L’Iran, l’Iraq, l’Afghanistan, la Somalia, il Kosovo, la Cecenia…

Poi Occhi Verdeblù mi dice: Ti ho visto, hai fatto il dito ai poliziotti, con la mano in tasca.

Alzo gli occhi alla madonna tutta dorata sulla cima del Duomo, faccio cadere la bottiglia di birra ormai vuota in un cestino dei rifiuti. Il vetro sbatte sul fondo con un rumore secco che zittisce per un attimo tutta la piazza.

Riccardo stava dicendo qualcosa tipo: La luna, i capricci, la capacità di comando, la fedeltà… O cose altrettanto significative.

Insisto a camminare all’indietro, per guardare in faccia Occhi Verdeblù e Riccardo. Dico qualcosa a proposito di vandalismo da adolescenti, spaccare qualcosa per rispettare la forma, bruciare un cassonetto, non l’abbiamo mai fatto. Oppure rubare i nanetti da giardino.

I nanetti, sì! dice Riccardo.

Andiamo a casa, per favore, dice Occhi Verdeblù.

Nei successivi tre secondi accadono tre cose, che chiudono la serata.

Mi viene in mente che Riccardo, nel coupé di Occhi Verdeblù, ha un sacchetto di plastica con le bottiglie di tequila e mescal. Quando arriverà a casa aprirà una bottiglia e berrà un bicchiere prima di andare a dormire, e a pensarci mi prende una tristezza devastante.

Poi, mentre continuo a camminare all’indietro, inciampo in una pietra irregolare della piazza e quasi cado in terra e Occhi Verdeblù e Riccardo ridono, e la tristezza se ne va completamente.

Alla fine mi fermo e dico a voce molto alta qualcosa tipo: Vi prego! Non perdiamo del tutto il contatto con il lato punk della nostra anima!

I poliziotti della Municipale si voltano verso di noi, impugnando minacciosi le loro biciclette.


Signorina Mangiafuoco




"Perché non posso dirti

Di non essere felice

Non sono meno vivo"

Afterhours



Metà della nostra amicizia sta seduta qui, sui sedili di questa Ford cabrio rossa, mentre tengo i miei piedi nudi fuori dal finestrino abbassato. Sto stravaccato sul sedile grande e rigido, scomodo al confronto dei sedili moderni, ma molto più famigliare. Tengo una delle sigarette di Riccardo spento, tra le dita, cercando di resistere ancora un po’ all’impulso di fumarla. Riccardo guida in fretta, quanto più in fretta si possa con una vecchissima Ford con il motore originale. Scendiamo dalla collina verso Reggio. Ore sette di un sabato pomeriggio tendente all’happy-hour, spensierati come se fossimo in vacanza, silenziosi come se fosse l’ultimo giorno. Riccardo è rosso per il troppo sole preso nel pomeriggio, nel giardino della casa di mia cugina. Sul sedile dietro abbiamo le borse, con dentro i costumi da bagno, le creme per il sole e i grossi teli di spugna, bagnati di sudore.

Riccardo sa che mi da sui nervi, ma continua a battere sul volante al ritmo dell’autoradio. Quando siamo usciti dal giardino di mia cugina, ha infilato nello stereo una vecchia cassetta degli Smashing Pumpkins, dicendo che l’aveva cercata apposta per me.

Sulla vecchia Ford cabrio possiamo anche far finta che il tempo non sia passato, che nulla sia cambiato.

Mentre aspetto che Occhi Verdeblù si decida a telefonarmi dopo la nostra ultima imbarazzante conversazione di qualche giorno fa, mi tocca fare i conti con tutto questo: la musica ad alto volume, la rotta verso una nottata a far tardi.

Forse è proprio questo che mi fa soffrire di più, dice Riccardo: Che ormai tutto quel tempo è andato ed io sono pieno di nostalgia. Ho nostalgia anche di quello che non è successo. Credo di sentirmi persino peggio, se penso a quel che avrei potuto fare, ma che non ho fatto.

Si chiama Rimpianto, non Nostalgia, gli dico.

Non lo so, genio, tu l’hai chiamata nostalgia qualche giorno fa. Comunque hai capito.

E l’evoluzione non aiuta, aggiungo io.

Ecco, quello io onestamente non l’ho capito, dice Riccardo. Ma non ho ascoltato con attenzione... No, grazie, non c’è bisogno che mi spieghi di nuovo, va bene così.

Alza il volume, ricomincia a battere sul volante del Grande Squalo Rosso, questa volta con colpi rabbiosi, sbagliando il ritmo.

Poi accosta nello spiazzo di un distributore di benzina, mi guarda e dice: Anche se non c’è molto caldo, tiriamo giù la cappotta, ok?

E dopo, nella Ford rossa scoperchiata, comincia a ridere e raccontare e dire: Ti ricordi quella volta che.

Io mi vado a gettare sul sedile posteriore, tengo le gambe stese per tutta la larghezza della macchina, le borse dietro la schiena per stare più comodo. L’ultimo anno del Liceo, andavamo a scuola così: era stupido e ci piaceva da impazzire.

Tutto, adesso, vorrei che fosse uguale.

Finisco per accendere la sigaretta, anche se non voglio, anche se da tre settimane continuo a dire a tutti che voglio smettere.

Fumo anche più di prima, così.


Fermi sul ciglio della strada, con il pollice alzato, il ragazzo e la ragazza sono una visione irreale.

Il pollice alzato a chiedere un passaggio è così fuori dagli schemi della nostra piccola città che Riccardo sembra non vedere nemmeno. La nostra Ford rossa passa accanto ai due, mentre Riccardo osserva senza ancora capire bene, senza una decisione: fermarsi o proseguire.

Io dico a voce alta: Dai fermati! Diamogli un passaggio.

Riccardo accosta senza mettere la freccia, una piccola utilitaria nera con l’alettone da rally ci sorpassa e protesta a colpi di clacson. Il ragazzo e la ragazza dietro di noi raccolgono i loro piccoli zaini e ci raggiungono con una breve corsa.

Oh ciao! dice lui, capelli biondi corti e spettinati. Indossa una brutta maglia bianca senza disegni e piena di macchie. Oh grazie! ‘zzo qui non si fermava nessuno! Oh, nessuno, ‘rca puttana! Mentre parla muove tutta la faccia in smorfie: ha una faccia antipatica da personaggio invadente, troppo amichevole. Già mi pento di aver chiesto a Riccardo di fermarsi.

Restano in piedi di fianco alla macchina, fissando me che resto sdraiato sul sedile posteriore e tengo la testa rovesciata indietro per guardarli e sorrido dietro gli occhiali da sole. Lui lo odio proprio, dopo due secondi. Anche Riccardo li guarda, sorride e non dice una parola.

La ragazza non dice nulla, fa soltanto un mezzo sorriso ancora diffidente. Assomiglia al ragazzo ma in versione più giovane e vagamente più simpatica.

Alla fine io mi allungo verso il sedile davanti, lo reclino e poi apro la portiera e dico: Dai salite! Dove andate di bello? La ragazza sale immediatamente, deve contorcersi un po’ per raggiungere il suo posto dietro il sedile di Riccardo. Io raccolgo le gambe per farle spazio ma resto seduto scomposto con le borse della piscina dietro la schiena.

Mi viene da sorriderle: è più giovane e carina di quanto fosse sembrata, ed è in imbarazzo assoluto. Il ragazzo abbassa il sedile davanti, ci si butta sopra facendo dondolare tutta la macchina. Si presenta: Ciao, io sono Andrea, lei è Maria. Mia sorella.

Riccardo dice: Riccardo.

Io dico: Alex, e sorrido, mi tolgo gli occhiali da sole e chiedo di nuovo, solo a Maria: Dove andate di bello?

In pratica urliamo tutti, per superare il volume della musica nello stereo.

Il ragazzo è sudato e ha addosso un vago odore. La ragazza sta tutta rannicchiata nel suo angolo di sedile, Riccardo fa ripartire la Ford e l’aria spazza via l’odore. Il ragazzo si mangia le parole a metà, parla in fretta e gesticola: Siamo ‘nuti da Bologna in treno... Dobbiamo andare a una festa a casa di amici. Dov’è che abitano, Maria? Tu ti ricordi dove hanno detto che stanno? Eh? Eh?

Lei risponde: Scandiano. Ha una voce da ragazzina, avrà forse diciotto o diciannove anni. Non riesco a capire se l’imbarazzo di lei sia procurato dalla nostra presenza o da quella del fratello.

Allora siete fuori strada, dice Riccardo.

Ah io non lo so proprio! risponde il ragazzo. Abbiamo chiesto informazioni e ci hanno detto di andare di qui... ‘sti stronzi ci avranno detto ‘na cazzata. ‘Sti stronzi!

La ragazza non dice niente, si volta indietro a guardare la strada che avrebbero dovuto fare.

Io dico: Noi non abbiamo niente di particolare da fare, possiamo accompagnarvi.

Davvero? Oh ragazzi grazie! Davvero siete troppo grandi! Che noi non sappiamo un cazzo di ‘sta città dimmerda e non sappiamo come arrivare dai nostri amici.

Lei si volta verso di lui: Sei simpatico! Loro ci danno un passaggio e tu ti metti a dire che la loro città è una città di merda!

Riccardo ascolta sorridendo, non dice nulla e s’infila in un cortile per girare la macchina.

Il ragazzo si volta indietro, mi afferra per un braccio e ricomincia a dire: Oh grazie davvero! Oh Alex, non t’incazzare per la città dimmerda, eh!

Il ragazzo batte sulla spalla a Riccardo: C’avete ‘na birra, ragazzi? chiede.

Riccardo scuote la testa, punta la macchina verso Scandiano e non toglie gli occhi dalla strada, soltanto abbassa un po’ il volume dello stereo così la smettiamo di urlare. Il ragazzo si china a frugare nello zaino, tira fuori una mezza bottiglia di birra chiusa con un tappo di gomma, beve un sorso. La porge a Riccardo: Oh fa schifo davvero! È tutta calda, sgasata.

Nah, io passo, dice Riccardo. Rifiuta la birra alzando una mano, continua a guardare la strada. Il ragazzo passa la birra dietro, sua sorella scuote la testa e dice No no no, lasciando a me il privilegio dell’ultimo sorso amaro, caldo e sgasato.


Riccardo esegue gli ordini e guida verso Scandiano per le strade basse, guida piano in mezzo alla campagna nelle stradine strette dal ciglio a un passo dal fosso. Ogni volta che incrociamo un’altra macchina deve accostare con la grossa Ford, per lasciar passare utilitarie scattanti e aggressivi fuoristrada. Tutto qui in campagna trasuda l’idea di un’illusoria ricchezza.

Mentre il ragazzo parla degli amici che li aspettano, dei concerti punk, dei controllori sui treni, dei centri sociali, di Bologna, tutto insieme, Riccardo si volta verso di me e dice: Nella borsa della piscina.

Nella borsa della piscina trovo le cartine e la marijuana che compra, ancora con sommo stupore per la qualità eccellente, da sua sorella maggiore, devota frequentatrice di chiese, sagrati e campeggi parrocchiali. Il Vaticano minaccia la già traballante egemonia del Comunismo sulle droghe leggere: ancora un po’ e non ci sarà più gusto a essere di sinistra.

Diventeremo tutti riformisti, dico. Poi guardo Riccardo e con gli occhi gli chiedo se vuole rollare lui mentre guida, per far colpo su Maria.

Lui mi scuote la testa dallo specchietto retrovisore, dice: Fai tu.

Maria mi chiede: Cos’hai detto, dei riformisti?

Io rispondo in fretta: Niente, pensavo ad alta voce.

Comincio a essere fastidiosamente cosciente delle mie mosse, delle mie pose.

Maria allora si sporge in avanti e dice qualcosa nell’orecchio a Riccardo, qualcosa che non riesco a sentire. Ridono mentre il fratello di lei sta girato indietro, osservando famelico ogni mio gesto. Maria si mette a frugare nel suo zaino, prende una cassetta e la passa a Riccardo.

Oh, meno male che c’avete voi un po’ di roba... mi dice il ragazzo. Come ha detto che si chiama? Andrea, credo. Noi non abbiamo portato nulla da Bologna che in stazione ci sta sempre la polizia. Oh, ma è roba buona, esclama tutto entusiasta, mi prende dalle mani il sacchettino di marijuana, l’annusa. È roba buona sul serio, eh Alex!

Lo stereo comincia a martellare musica elettronica piacevolmente monotona. Maria resta tutta piegata in avanti addosso a Riccardo, gli spiega non capisco cosa. Finisco di rollare la canna e il ragazzo sorride: Proprio ‘na bella canna, Alex, proprio ‘na bella canna! mi dice.

E io sono così orgoglioso di essere il suo preferito. Metto una mano in tasca alla ricerca dell’accendino, anche se Andrea ha già il suo in mano e uno sguardo avido negli occhi.

Faccio qualche tiro rapido, la marijuana è forse ancora un po’ fresca, troppo dolce; il vento che soffia nella macchina fa bruciare in fretta la canna sotto gli occhi disperati del ragazzo. Per tradizione, dopo spetterebbe a chi ha messo da fumare; m’insinuo in mezzo ai sedili e riesco a raggiungere Riccardo con il braccio, tagliando fuori Andrea: Tieni, dico.

Fa girare, risponde l’ingrato bastardo.

Con una smorfia faccio oscillare la canna tra Maria, apparentemente disinteressata, e suo fratello, che l’afferra con decisione. Mi nascondo nel mio angolo con la schiena rabbiosamente piantata sulle borse della piscina. Il ragazzo comincia a raccontarmi che questa sera, alla festa, lui e la sorella faranno uno spettacolo che non capisco.

Riccardo si ritrova in mano il mozzicone di canna che il ragazzo gli ha lasciato, immediatamente lo passa a Maria che con una smorfia prende un tiro. Finita, dice lei con la sua voce da ragazzina, e butta via.

Un’altra, Alex? mi chiede Riccardo. Ti va?

Riprendo tutto quanto fuori dalla borsa, e mi rimetto all’opera di malavoglia. Maria si volta verso di me e mi dice: Falla bella pesante.

Ecco, bella pesante, Alex! conferma Riccardo. Poi dice: Questa musica non è poi male... nel suo genere...

Odia la musica elettronica, alza un po’ il volume e Maria torna ad appoggiarsi in avanti sul suo sedile. Non richiesti, dal mio compagno Andrea mi vengono forniti nuovi dettagli sulla festa e sullo spettacolo. C’è questa casa in piena campagna che non sappiamo come trovare, un mucchio di gente che arriva da non si sa dove, un burattinaio, danzatori di capoeira, un mimo, letture di poesia, un giocoliere – che sarebbe poi lui – e un mangiafuoco: Maria.

L’attenzione di Riccardo ha un sussulto su Maria, brillantemente dissimulata su mangiafuoco. Si toglie gli occhiali da sole e si volta un po’ verso di lei: Davvero sai sputare il fuoco? Lui sorride tutto contento: Ho sempre voluto imparare a sputare il fuoco!


Riusciamo a trovare la casa nonostante Riccardo sia sempre più distratto da Maria. Andiamo su e giù per la campagna finché un cartello non ci mette sulla strada giusta, verso la collina. Sul cartello c’è scritto solamente: festa. Ma nessuno di noi ha alcun dubbio. La Ford ci porta per le strette salite e alla fine, dopo altri cartelli – festa, niente di più – ci infiliamo in uno sterrato. La polvere si alza davanti e finisce tutta addosso a me e Maria, seduti dietro, mentre Andrea suo fratello di merda ride come se la cosa fosse assolutamente divertente.

La casa è una vecchia corte, per metà in rovina. Anche gli alberi e le siepi di quel lato sembrano essere stati contagiati: muri sbeccati e alberi rinsecchiti, finestre sbarrate da persiane bucate e siepi dai rami irregolari. Lungo la strada sono parcheggiati fuoristrada, coupé, berline. Riesco a contare in tutto tre utilitarie. Riccardo insiste a guidare fino in cima e s’infila in un buco libero, vicino al muro diroccato, con i rami della siepe in pratica dentro la macchina.

Spegne il motore e si gira verso di me, io il passo il sacchettino di marijuana e le cartine e siamo pronti a scendere. Spingo il sedile di fronte a me per far capire ad Andrea che è ora di levarsi e lui mi guarda e fa: Speriamo che ‘l muro ‘on crolli del ‘utto! e poi ride da solo, tutto allegro.

Entriamo nella corte e c’è un piccolo bar allestito lì fuori, davanti a una cucina. Due ragazze distribuiscono birra e cocktail che gli vengono passati dalle finestre alle loro spalle. C’è gente intorno al bar, qualcuno che cerca di entrare direttamente in cucina da una porta e viene cacciato con una spinta. Tutta la gente sembra essere effettivamente concentrata intorno al bar e nell’angolo opposto dove qualcuno ha piazzato uno stereo su un tavolo. Noi stiamo in mezzo al cortile, indecisi sulla direzione da prendere ma soprattutto senza sapere bene se siamo in quattro e siamo insieme.

Prima che qualcosa di spiacevole possa accadere Riccardo prende per un braccio Maria e le dice: Venite, prendiamo una birra e poi ci guardiamo intorno.

Mentre ci mettiamo in coda Riccardo si fa spiegare nei minimi dettagli come funziona quella faccenda dello sputare il fuoco. Cerco di proiettare con precisione quali siano i possibili sviluppi della serata. Riccardo non prova a sputare il fuoco – improbabile. Riccardo prova a sputare il fuoco e il risultato è pessimo – umiliante, speriamo di no.

Riccardo sputa il fuoco con successo – ma poi Maria la porta a casa? Ed io devo portarmi a casa il fratello, Andrea? Oppure Riccardo beve e fuma troppo e si brucia la faccia e passiamo la notte al pronto soccorso e lui rimane sfigurato, che finale di merda.

Non è che poi è pericoloso? chiedo io a Maria, mentre prendo da Riccardo la mia birra. Voglio dire, fuma, beve, poi si dà fuoco alla faccia? Cerco di farla sembrare una battuta.

Lei guarda Riccardo e gli chiede: Vuoi provare davvero? Perché allora dobbiamo farlo prima del mio spettacolo.

Lui chiede: Perché prima?

Finché non hai bevuto e fumato troppo, dice lei. E poi nel mio spettacolo ci sono altre cose, ho le clavette infuocate, il cerchio, insomma...

Ho capito, dice Riccardo: Non volevo infilarmi in mezzo al tuo programma, comunque.

Maria insiste: No, dai... Mi farebbe piacere farti provare... Poi si gira verso Andrea ed io rimango per un attimo da solo quando gli dice: Andrea, vai a cercare quella della casa, Marta... Chiedile quando vuole che facciamo lo spettacolo.

Andrea per la prima volta smette di essere di buon umore, per un attimo mi guarda ed io faccio finta di nulla, continuo a fissare l’altro lato del cortile, cerco di indovinare mentalmente il titolo della canzone che suona dallo stereo.

Poi Maria guarda me e Riccardo e dice: Andiamo, voi due.


Torniamo verso il parcheggio, e cominciamo a girare intorno alla grossa casa finché non riusciamo a trovare il modo di entrare nel giardino posteriore. Maria dice di voler star lontana dalle macchine. Poi si ferma, appoggia in terra lo zaino e comincia a tirar fuori della roba. Qui va bene, dice. Mette in fila sull’erba una bottiglia di liquido trasparente, una d’olio, un po’ di stracci, tre bastoncini di metallo.

Allora, preparatevi ad avere un sapore schifoso in bocca per il resto della serata, dice Maria, mentre apre la bottiglia dell’olio. Con le dita si unge la bocca e poi beve dalla bottiglia, sputa. Bagnatevi la bocca con l’olio, dentro e fuori. Protegge dalle bruciature.

Riccardo prende la bottiglia, si rigira l’olio in bocca e lo sputa, poi lo passa a me. Faccio un respiro profondo e bevo anch’io, sputo anch’io. Adesso devo partecipare e non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci, non so nemmeno cosa comporti, tutta questa faccenda. Ho tutto il tempo di spaventarmi, non posso solamente dire: Voglio sputare il fuoco, sputo, e via.

Come quando si fa la fila per salire sulle montagne russe o altre giostre da tremarella alle ginocchia. Come quando Riccardo mi ha portato a fare bungee-jumping e tutta la procedura sembra durare per ore: fai la fila, ti spiegano, poi paghi, poi sali, poi aspetti e sei già là in alto e pensi che devi buttarti giù, ti spiegano di nuovo, cominciano a imbragarti con le cinghie e spiegano ancora. Alla fine Riccardo si butta per primo e tu aspetti ancora...

Maria dice: Prendete un bel respiro, mettete in bocca il liquido infiammabile... poco... e non ingoiatelo per nessun motivo... ne prendete in bocca poco e poi sputate sulla torcia.

Bagna una torcia con un po’ del liquido trasparente, poi l’accende e comincia a bruciare di un fuoco azzurro. Guardate me, dice Maria.

Prende un sorso dalla bottiglia trasparente, sputa di lato con la torcia davanti alla bocca e la fiammata, così da vicino, è calda e luminosa. Uno spettacolo. Maria allontana la torcia dalla faccia e sputa nell’erba.

Allora... dice: Tenete la torcia lontana dalla faccia, sputateci sopra, sputate tutto... Sputate tutto, e sputate in fretta... Se sputate tutto, il fuoco non può risalirvi in bocca, capito?

Tecnicamente, chiede Riccardo, Quanto tempo ci mette il fuoco... a risalire in bocca?

Maria ride: Non lo so... tu sputa tutto, e basta. Torcia lontana dalla faccia, sputa tutto, sputa forte, con le labbra chiuse così fai la nube di bolle che è quella che fa la fiammata... Ci guarda, io allungo la mano e prendo la torcia.

Mi mette in mano uno straccio: Fai così, mi dice: Sputa e allontana la torcia, gira la testa da una parte e copriti la bocca con lo straccio. Mima i gesti per me: sputa, allontana il braccio con la torcia, gira la testa e copri la bocca con l’altra mano.

Lo straccio puzza di benzina, non mi sembra una grande idea. Faccio un respiro profondo, un altro. Prendo la torcia in mano, bevo dalla bottiglia, la appoggio a terra, Maria mi mette lo straccio in mano, fa un passo alle mie spalle.

Io sputo, mi vuoto i polmoni, mille bollicine di liquido infiammabile al sapore di benzina e sale una gran fiammata; Riccardo ride e dice: Grande! Dammi qua...

L’euforia della semplicità del gesto e dello spettacolare risultato ci fa ridacchiare come due stupidi. Maria ci lascia giocare, sputa fuoco con noi, le nostre fiammate dopo pochi tentativi diventano anche più grosse delle sue, tutta una questione di polmoni. Finché non arriva Andrea che dice: La gente vi guarda dalla finestra, là... Marta vuole che ‘ndiamo dentro adesso a fare lo spettacolo...


Mentre Maria e Andrea cominciano a preparare lo spettacolo, Riccardo ed io andiamo a sederci in un angolo del cortile. In bocca abbiamo entrambi il sapore dell’olio e della benzina. Maria ci ha detto di sciacquare la bocca, di non bere e di non fumare, per adesso. Quando respiro sento il sapore della benzina fino nei polmoni.

Che schifo, dice Riccardo. Sputa in terra, prende un sorso d’acqua, la fa girare in bocca, la sputa a terra. Io prendo la bottiglia, faccio lo stesso. Mi sembra che l’acqua stessa abbia il sapore e l’odore della benzina.

Che schifo, che schifo... dico io: Bello, però questo sapore è devastante... Non c’è modo di toglierlo più in fretta?

Riccardo guarda il bicchiere della birra, beve e sputa: Secondo me la birra pulisce meglio... Sarà che è gassata...

Provo a fare la stessa cosa, mi sembra identica all’acqua.

Cosa succede se beviamo adesso? chiedo.

Secondo me non succede nulla, dice Riccardo. Secondo me continuiamo a sentire l’odore e il sapore della benzina perché le nostre papille gustative sono a puttane...

Ma se beviamo e mandiamo giù anche questa roba, con la birra? insisto.

Intossicazione, dice Riccardo. Probabilmente febbre alta, niente mangiare, pisciare, cagare finché il tuo corpo non si è liberato di questa schifezza.

Prendo un sorso di birra e la sputo in terra: Che schifo... però è stato divertente.

Dove si compra quella roba? mi chiede Riccardo. Le torce, il liquido...

Maria è in mezzo al cortile, ha sputato su due torce incrociate, poi ha cominciato a farle roteare e volteggiare.

Va fatto così, lo spettacolo, dico a Riccardo. Non puoi solo sputare fuoco... Devi fare un po’ di acrobazie, un po’ di giocoleria... devi avere quel culo lì...Indico i pantaloni rossi attillati di Maria, che si è cambiata per lo spettacolo.

O un tatuaggio così risponde Riccardo puntando il dito su Andrea, a torso nudo, che esibisce sulla schiena il tatuaggio di una sirena. Andrea gira intorno a Maria e fa volteggiare altre torce infuocate, quattro, poi cinque.

Però è bravo, cazzo, dico io.

Però quel tatuaggio, dice Riccardo. La sirena è in bella vista: coda sinuosa, addominali scolpiti, tette grosse e capezzoli dritti e testa rovesciata all’indietro...

Non è neanche che possa farsi le seghe guardandosi la sirena, dice Riccardo: L’ha dietro la schiena.

Magari se le fanno gli altri.


Alle due e mezzo di notte siamo in cucina, in sette: Riccardo ed io, Maria sulle sue ginocchia, Marta la proprietaria della casa, tre sue amiche. Le tre amiche sono tutte quante un po’ troppo da soldi, ben vestite, silenziose. Marta sembra amichevole ma ho il sospetto che sia solo perché ho infornato mezz’ora fa uno stampo di verdure gratinate e adesso sto scolando un chilo di spaghetti in un lavandino sporco di birra, sigarette, altre schifezze. Riccardo e Maria sono scesi in cucina pochi minuti fa, giusto in tempo per la cena notturna. Dopo lo spettacolo del fuoco, erano rimasti in un angolo del cortile a parlare, finché non mi ero girato un attimo e quando avevo controllato di nuovo erano spariti, probabilmente in una delle camere al piano superiore.

Nella pentola con gli spaghetti rovescio uova, pecorino, pancetta, latte... Mescola mescola mescola e sbatti in tavola. Anche le amiche silenziose di Marta mettono le mani sul piatto, pronte a farlo riempire. Butto un’occhiata dentro la pentola, ho messo abbastanza latte e le uova non si sono fritte sulla pasta, almeno.

Si dovrebbe fare al contrario, dico a Marta. Buttare gli spaghetti sul sugo alla carbonara, così l’uovo non si cuoce troppo.

Ma tu non ci metti la cipolla nella carbonara? chiede una delle ragazze.

Non dire cazzate, le risponde Riccardo.

Ce la metto anch’io la cipolla nella carbonara, dice Maria. Lo guarda, lo bacia e poi si stacca e gli chiede: Qualcosa in contrario?

No, no... dice lui.

Butto un’occhiata al forno, le verdure sono pronte. Estraggo lo stampo dal forno, con un guanto da cucina tutto bruciacchiato e di pessima qualità. Mentre mi scotto le dita, dico: Largo largo largo! Mettete qualcosa sulla tavola! Fatemi appoggiare questo! No, non ci va la cipolla nella carbonara, davvero! E lo stampo delle verdure piomba al centro del tavolo.

Si rovescia un bicchiere, io metto la mano sotto l’acqua fredda del lavandino e intanto Marta dice: Credo che in due anni in questa cucina nessuno abbia mai cucinato due piatti caldi nello stesso giorno.

Finalmente vado a sedermi, prendo il mio piatto di carbonara e lascio che si ammazzino per quel che resta della pancetta in fondo alla pentola e poi che si scannino per le verdure. Prendo la bottiglia di vino e faccio per versarmene un bicchiere: vuota.

Almeno il vino, per il cuoco, potevate lasciarlo...

Marta si alza: Vado a prenderne dell’altro...

Ci vogliono al massimo quindici minuti perché sulla tavola rimangano solo sette piatti vuoti, una pentola vuota, uno stampo vuoto. Bicchieri vuoti, bottiglie vuote. Nel frattempo è stato stabilito che: sputare il fuoco ti rovina anche il gusto della carbonara alle due di notte quindi mai più, la casa dovrebbe essere ristrutturata perché ha del potenziale, il fratello di Maria è sparito e probabilmente lei lo ritroverà a Bologna domani sera, Marta e Maria si sono conosciute ovviamente all’università e Maria dormirà qui questa notte, nessuno ha più niente da fumare e siamo fondamentalmente degli estranei, è ora che si vada a dormire.

Sai che sono un po’ invidioso... gli dico. Volevo quasi provarci io, con Maria...

Se non sono del tutto scemo, risponde Riccardo con una nota aspra nella voce, Tu hai qualcosa che assomiglia a un rapporto serio, con Occhi Verdeblù.

Ecco, dico, Ce l’ho? Davvero?

E vado via con in bocca il gusto della carbonara, del vino e delle cose perse. Poi arriviamo alla macchina e la mia poesia d’addio si trasforma in una risata isterica quando ci accorgiamo che il muro è venuto giù davvero, a un pelo dalla Ford. Riccardo si mette a cercare graffi o segni di altri danni, al buio, finché non lo convinco a mettersi al volante. Mentre torniamo verso Reggio tre caprioli spaventati dai fari si mettono a correre in mezzo alla strada, davanti a noi, prima di gettarsi di nuovo nei campi.


Qualcuno sta uccidendo quegli stupidi animali




Mercoledì



Qualcuno sta uccidendo quegli stupidi animali. Qualcuno ha avvelenato i piccioni. Stanno morendo in maniera orribile: si è sparsa la voce che qualcuno abbia lasciato dei mucchi di cibo per uccelli in Piazza San Prospero e in Piazza Prampolini, cibo avvelenato. Lunedì e martedì c’erano mucchietti di cibo nelle piazze del centro; tutta la città ha assistito al banchetto degli animali. I piccioni scacciavano gli uccelli più piccoli, beccavano freneticamente il cibo senza curarsi di nulla, anzi, gettandosi praticamente sotto i piedi dei passanti, per conquistare un altro ghiotto boccone. Animali ingordi, i piccioni.

Oggi i piccioni hanno cominciato a morire. Questa mattina gli ambulanti del mercato, arrivati presto, li hanno trovati a terra nelle piazze, negli angoli: le piume grigie erano più opache del solito. I becchi e gli occhi aperti, morti o morenti. Non erano tantissimi, quaranta o cinquanta in tutto, ma sembravano troppi per lasciarli lì a terra in un giorno di mercato. Hanno fatto presente la cosa in Comune, il Comune ha mandato un paio di netturbini perplessi a ripulire le piazze dai piccioni morti. Dicono che a terra ci fosse ancora cibo per i piccioni, ma che quasi nessuno degli uccelli ne mangiasse.

I netturbini hanno raccontato al ragazzo della bancarella che i piccioni stavano appollaiati sui davanzali delle finestre, sui cornicioni, sui Leoni di S. Prospero; nessuno volava, osservavano le scope e le palette che raccoglievano piccioni morti.

Devono comunque aver mangiato ancora, dice il ragazzo della bancarella.

Sono qui per la mia scorta di biancheria, la bancarella ha capi firmati a poco prezzo. Una volta a vendere era la madre, ora è il ragazzo, avrà forse ventuno o ventidue anni al massimo. Dice che sono animali stupidi, i piccioni, non hanno capito nulla dall’osservazione dei cadaveri dei loro simili.

In qualche modo hanno mangiato ancora: per ora di pranzo i piccioni morivano a centinaia sui davanzali, sulle statue dei Leoni e sui gradini della chiesa. Il ragazzo era andato a vedere in Piazza Prampolini: accadeva lo stesso, c’erano piccioni morti davanti al Duomo, nell’acqua della fontana del Crostolo, sulle finestre e sotto il portico del palazzo comunale. I netturbini sono tornati, cercavano di ripulire le piazze e bestemmiavano contro di quelli che, trovandosi un piccione morto sul davanzale, lo facevano cadere di sotto, dove si sfracellava obbligandoli a pulire con acqua e schiuma disinfettante.

Piccioni morti ovunque, questo pomeriggio, mi racconta il ragazzo della bancarella. Alla fine dal Comune hanno dovuto mandare un’intera squadra di netturbini e molti hanno tolto le bancarelle, abbandonato il mercato. Erano venuti anche i Carabinieri, avevano perlustrato le due piazze, scattato fotografie, raccolto in sacchetti di plastica trasparente qualche piccione e campioni del cibo avvelenato.




Giovedì



La mattina seguente sono entrato in ufficio e c’era solamente Tony, che teneva i gomiti appoggiati sulla scrivania ai lati di un bicchierino di carta, posato esattamente al centro. Il bicchierino conteneva evidentemente caffè caldo, Tony teneva la testa tra le mani e osservava sospettoso il caffè marroncino. Tony ci ha messo il tempo di una porta chiusa con forza, la mia borsa poggiata rumorosamente a terra, e un colpo di tosse, per alzare lo sguardo su di me.

Buongiorno, — saluto. — Che succede? — chiedo, indicando la tazza di caffè, presumo ormai freddo.

Eh, buongiorno, — dice Tony. — Sai chi ha avvelenato i piccioni? — mi domanda.

Ho in mano l’edizione catto/fascista del giornale locale penso che sia la prima volta in vita mia che lo acquisto. Dico: — Qui accusano il Comune, — rispondo. — Dice che i Carabinieri hanno stabilito che fosse mangime per cigni. Gli unici cigni qui in città sono quelli dei Giardini Comunali... veniva dai Giardini, nessuno si spiega come sia arrivato in piazza. Probabilmente era scaduto, avariato o tossico.

Tony smette di guardare dentro il caffè, lo sposta in un angolo della scrivania con un movimento prudente: — Era cibo destinato ai cigni. Forse volevano uccidere i cigni? Qualcuno due notti fa ha fatto irruzione nel gabbiotto del Comune ai Giardini... hanno rubato degli attrezzi da lavoro e niente di più. Lo dice qui, – mi mette sotto il naso un appunto scritto a mano dal Dott. Carletti, il nostro superiore.

Sottolineato dal dito di Tony: — Sostituire il lucchetto del gabbiotto dei cigni ai Giardini / rotto — e subito sotto: — Chiamare la cooperativa Reggio Foglia / far rimpiazzare gli attrezzi.

Non riesco a collegare i due fatti in modo lineare: — Perché dici che volevano uccidere i cigni? Chi vuole uccidere i cigni?

Non so chi li voglia uccidere, so che due giorni fa è stato rubato del cibo per uccelli, che qualcuno l’ha mischiato con il veleno e l’ha sparpagliato per la città. E il Comune tiene nascoste queste informazioni. Preferiscono far credere che fosse solamente cibo avariato. È un indizio più che sufficiente di un comportamento sospetto, vogliono insabbiare qualcosa.

Tony mi guarda: — Ho già inviato un fax ai Carabinieri con una copia del foglio, e adesso che sei arrivato posso andare a portargli l’originale. Sono ansiosi di verificarlo. Volevano addirittura mandare una pattuglia quando ho detto che non potevo lasciare l’ufficio finché non saresti arrivato tu. Lo sai che la notizia dello scasso non era sui giornali e non era stata sporta denuncia?

— Tony, — dico: — Te ne vai e mi lasci confuso.

C’è poca confusione... perché mai avrebbero dovuto chiedere a noi due, che siamo l’Ufficio Stampa per il Turismo, di far sostituire il lucchetto del gabbiotto del parco? Perché dovremmo chiamare noi la Reggio Foglia? Stanno cercando di confondere, di insabbiare, ma questa Giunta dell’Intrigo Borghese con me ha chiuso. Porto il foglio ai Carabinieri, e sono inchiodati.

Mentre parla s’infila la giacca, poi esce dall’ufficio lasciandomi confuso e gli invidio un po’ della sua travolgente passione per il complotto.

Rientra immediatamente e fermo sulla porta mi dice: — Io non berrei niente qui dentro, nei prossimi giorni, nemmeno il caffè. Faccio fatica anche a fidarmi dell’acqua del rubinetto. — Poi sparisce.

Quando ritorna in ufficio, due ore dopo, non fa commenti sulla visita ai Carabinieri e non risponde alle mie domande. Semplicemente scuote la testa con l’aria di chi la sa lunga. Mi chiede solamente di non dire nulla al Dott. Carletti che comunque è a casa in malattia.


Alle sei e cinque di sera esco dall’ufficio, l’edicola in piazza è ancora aperta. Non è giorno di mercato, niente pettegolezzi alle bancarelle, e comunque è troppo tardi. Controllo i quotidiani locali, nessuno che faccia menzione della morte dei piccioni, a parte quello che ho acquistato questa mattina. Guardo il vecchio giornalaio, gli chiedo allegro: — Novità?

Lui mi guarda perplesso: — Novità di che?

Gli indico l’Apecar dei netturbini in un angolo. — Piccioni, — dico, — Li han raccolti tutti?

Il giornalaio si stringe nelle spalle: — Mo’, so’ io... tanto parlare per due uccelli morti.

Gli chiedo speranzoso, mentre prendo una copia di una rivista di musica: — E di cosa si parla tanto? Cosa si dice?

Mo’, so’ io... Son tutti lì a chiedersi cos’è stato... sarà stato uno scherzo balordo di qualcuno che ha messo del cibo avvelenato, sarà stato, o magari una malattia... Ne ho visti degli episodi così, io, stando qui. Cos’è poi tutto questo stupore...

Io gli domando, perplesso: — Ha già visto i piccioni morire così?

Mo’ seh... — annuisce. — Ogni dieci o dodici anni van giù così, mo’ almein al pòrten mìa dal malatii.

Prende i miei soldi, ed io vado verso l’Apecar dei netturbini, con il nuovo giornale arrotolato in mano come un bastone. I piccioni muoiono così ogni dieci o dodici anni? Io non ricordo che nulla del genere sia accaduto. Mentre mi avvicino all’Apecar dei netturbini noto un’Alfa blu dei Carabinieri posteggiata nel vicolo vicino. C’è un Carabiniere seduto dentro che legge il giornale, l’altro non è in vista. Il netturbino è appoggiato alla portiera dell’Apecar e mi getta un’occhiata mentre mi avvicino: — Che vuoi? — mi chiede, con accento pesante.

Sembra slavo, ha dei denti pessimi. Faccio un mezzo sorriso e gli chiedo, con fare complice: — Ma cos’è successo? Cos’è successo ai piccioni?

Non so... — dice lui con una smorfia. — Oggi mi hanno fatto stare qui nella piazza tutto il giorno a raccogliere piccioni... anche se ne sono morti in dieci forse.

— E loro?

Il netturbino non si volta nemmeno verso la macchina dei Carabinieri: — Non so... controllano. — Poi si volta, prende dal cassone dell’Apecar una grossa scopa e una paletta. — Devo andare, — dice.


Mentre cammino verso il parcheggio in cui ho lasciato la bicicletta, passo davanti alla Biblioteca Comunale. È aperta per almeno un’altra mezz’ora. Vado dal primo impiegato che trovo e gli chiedo dove tengono i giornali degli anni passati, mi dice che sono al piano di sopra ma la consultazione ha chiuso alle cinque.

Lo ringrazio e vado a dare un’occhiata veloce alla letteratura della città, ma non ci sono titoli che suggeriscano alcuna parentela con la strage di piccioni. Prendo a prestito un libro di fotografie e un’altra autocelebrazione delle recenti Giunte di centrosinistra, ma esco con poco entusiasmo. A casa sfoglio i libri senza trovare niente, mangio dei cracker davanti al computer mentre continuo a buttare in Google "piccioni e Reggio Emilia" senza ottenere alcun risultato degno di nota.

Telefono a Riccardo mentre mi preparo un’insalata veloce, gli chiedo se si ricorda di piccioni morti dieci o dodici anni fa. Mi domanda cordialmente di che cazzo sto parlando, gli spiego dei piccioni non ne sapeva nulla. Si dichiara sostanzialmente disinteressato, e no, non si ricorda di altre strani morie di piccioni in passato. — Ma, — dice, — Ci sono probabilmente tante altre cose che non ricordo proprio, di quando avevo venti o ventidue anni...

Dopo aver parlato con Riccardo, chiamo il Dott. Carletti sul numero di casa. Mi scuso per averlo disturbato, per di più a ora di cena, ma poiché è a casa in malattia volevo informarlo che l’indomani mattina avrei preso mezza giornata di permesso. Mi dice che oggi ha ricevuto la visita di un paio di Carabinieri; sono andati da lui a causa del foglietto portato da Tony, stanno cercando di collegare le due cose. Mi chiede cosa ne sapevo io.

Tony mi ha mostrato il foglio, — rispondo, e mento: — Non sapevo che l’avesse portato ai Carabinieri. Onestamente non ho le idee chiare su questa faccenda.

Ma domani ti prenderai mezza giornata per andare in biblioteca, — dice, — Vai a studiare i piccioni?

Vado a leggere dei vecchi giornali, — ribatto. — Il giornalaio dice che la strage di piccioni è un evento ciclico che si ripete ogni dieci o dodici anni... Nessuna teoria del complotto, per me.

Il Dott. Carletti ride: — Per tua informazione, quell’appunto non era per Tony. L’ha trovato sulla mia scrivania, erano disposizioni che l’Assessore mi aveva passato per Marini, quello della manutenzione. Non gliele avevo consegnate perché sono stato a casa in malattia e perché non sono il cazzo di segretario né di Marini, né dell’Assessore, — sbotta. Poi si calma: — Prendi la mezza giornata e vai a leggere dei piccioni, — mi dice, — Nessun problema. — Quella dell’Assessore e di Marini mi sembra una scusa complessa ma credibile, riaggancio il telefono e resto perplesso.




Venerdì



Venerdì mattina dopo mi alzo presto, faccio una lunga doccia e prendo un caffè amaro nel bar di fronte alla Biblioteca. Leggo tutti i quotidiani del giorno: i catto/fascisti confermano che il mangime fosse cibo per cigni, ma i Carabinieri escludono assolutamente che sia la fonte dell’avvelenamento. Tutti i campioni di cibo raccolti erano assolutamente atossici. Un altro quotidiano riporta semplicemente il dettaglio del cibo per cigni, probabilmente rubato qualche giorno prima nel gabbiotto dei Giardini Comunali, da sconosciuti. I due eventi potrebbero curiosamente non essere collegati. Fumo una sigaretta scroccata a uno degli studenti, prima di entrare. Tengo il cellulare spento per tutta la mattina, frugo un po’ a caso nei quotidiani di dieci, dodici anni fa senza trovare nulla. Uso un sistema elettronico, su uno dei computer della sala, che permette di visualizzare una scansione ad alta definizione di tutte le prime pagine dei quotidiani archiviati.

Per un’ora resto incollato al monitor finché non mi bruciano gli occhi: ho sfogliato quasi tre anni interi del principale quotidiano locale, ma niente piccioni. Chiedo a uno degli archivisti se hanno un sistema di ricerca per parole chiave, ma mi spiegano che solamente gli articoli principali sono indicizzati. Provo a cercare comunque piccioni, e a verificare in archivio le poche copie suggerite dai risultati della ricerca, ma senza successo.

Mi siedo in una poltroncina, guardo l’orologio, è passato mezzogiorno ormai. Scendo fuori, entro dal tabacchino e compro un pacchetto di sigarette e un accendino. Mi siedo sui gradini della chiesa di fronte all’ingresso della biblioteca, cerco invano di farmi venire in mente un criterio. Non posso continuare a cercare a caso.


Guardo l’ora, è mezzogiorno e mezzo ormai. Vado a controllare ed hanno già chiuso la saletta di consultazione, riapriranno dalle due alle cinque del pomeriggio. Si sta facendo tardi e nella fretta della mattinata non sono nemmeno passato dal mercato.

In piazza San Prospero alcuni stanno già smontando le loro bancarelle. Gli ambulanti abbassano con prudenza i teloni per paura che un piccione morto gli caschi addosso.

Uno spettacolo ridicolo, — dice il ragazzo della bancarella della biancheria, — Ci sono morti i piccioni addosso e nessuno ci riesce a spiegare perché.

Prende tre paia di calze, in una calza infila un sacchetto di marijuana, mette le calze in una piccola borsa di plastica e sopra due paia di boxer.

Sono duecento euro, — mi dice. — Duecento dieci, due e quindici con boxer e calze. — Chiude il sacchetto e intasca i soldi che gli porgo. Riapre il sacchetto e tira fuori i boxer, me li mostra: — Guarda qui, — indica con il dito lo etichetta. — Sono boxer di Calvin Klein. Li pago due euro al paio dai cinesi, a te li vendo a cinque.


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