GATTASORNIONA, THE ANTHOLOGY
Gatta Sorniona
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PUBLISHED BY:
Gatta Sorniona at Smashwords
Cover design and photo by Gattasorniona
EDIZIONI DEL PICCIONE FIRENZE
Copyright © 2011 by Gatta Sorniona
Smashwords Edition License Notes
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Un passo indietro: la preistoria dei blog, secondo me
La spesa il sabato pomeriggio
La vita al tempo delle tessere fedeltà
Gattasorniona trombaia
Le dieci cose della vita di coppia che mi fanno amare il mio status di single
Pronto intervento casalingo
La filosofia perché io valgo e l'arte della manutenzione del motorino
Diario di un matrimonio
Insonnia
La Iole
I' Pillola
Dal parrucchiere unisex
In provincia
Amicizie preziose
Bruna e Attilio
Il pusher delle mozzarelle
Son vent'anni che c'ho questa cosa sullo stomaco
Fenomenologia dell'amico bravo in cucina
Fenomenologia dell'amica impegnata
Fenomenologia dell'amica impegnata atto secondo: il controinvito
Fenomenologia del rompiballe
Fenomenologia dell'amico fricchettone quando lo si invita a cena
Filiera di Tordi: marketing Piramidale
Max e il Messico
Diario del fine settimana alla comune
La riscossa dei pisseri
Momenti notturni di panico
Aggiornamenti dal mio condominio
Il condominio
Condominium II
Una domenica pomeriggio in casa
Diario del fine settimana
Uggia novembrina
Gente che la sfanga alla grande
L'affaire Ceccherini
Pimp my wheels
S.O.S. Tata
Cucinando s'impara
La pazzia e lo spirito del Natale
Fuga dalla scuola media
Lessico famigliare
La bottega dell'occulto
Campioni del mondo
Il blog e io
Revival '90
Il pc e io
Paideia
1985 - 1995 - 2005
Zampone e sms precotti
Usual Christmas
La missione
Vita e morte
Bella di padella?
Note
Ho deciso di aprire il blog Gattasorniona quasi per caso, nel lontano 2003, durante di una serie di tentativi maldestri sulle piattaforme gratuite allora disponibili. Era già da un bel po' di tempo che aprivo e chiudevo blog, senza riuscire a trovare una formula soddisfacente. Cosa cercavo? Non lo so, non l'ho mai capito. Ho trovato quello che cercavo? Stessa risposta: boh.
Così iniziai a guardarmi in giro e, tra le tante prove, misi in piedi gattasorniona.splinder.it. Iniziai a spippolarci su con regolarità, ma senza tanta voglia. La mia intenzione era di farci qualche prova e poi abbandonarlo per un blog più consono, tanto per fare un po' di pratica con questa "novità-blog" e prenderci la mano. Poi ne avrei aperto un altro, quello definitivo. A ripensarci mi rendo conto che avevo in testa un meccanismo piuttosto contorto. Certe cose non si scelgono, è da matti pensare di pianificarle e poi io sono così pigra. Comunque sia, dopo tanti anni eccomi ancora qui, sempre a scrivere sullo stesso blog e sempre con gli stessi pensieri di quando l'ho aperto: «adesso lo chiudo e ne riapro un altro, magari col mio vero nome.» Ma non c'è bisogno di aggiungere che dopo mi guardo bene dal fare alcunché.
Ma torniamo al 2003 ché mi piace un monte ravanare il passato. Dunque, all'epoca Splinder era ancora punto it. Il punto com, infatti, è arrivato solo dopo, probabilmente una strategia per sprovincializzare la piattaforma tutta italiana inventata e tenuta in piedi da Marco P., che continua ancora oggi ad agiornare il suo blog, sempre su Splinder [1]. Dada è arrivata qualche anno dopo; all'epoca dell'esplosione di Splinder, infatti, era ancora impegnata a gestire SuperEva e a dare il colpo di grazia al compianto Clarence dalla cui fuga di polpastrelli poi è nato l'odierno Macchianera.
In quel periodo i blog erano ancora poco diffusi, ma io ne ero già una lettrice forte fin dalla fine degli anni Novanta quando c'erano solo quelli americani (o almeno io conoscevo solo quelli), ed ero davvero entusiasta del nuovo mezzo. Ricordo alcuni nomi gloriosi del periodo 2002-2003 di cui non mi perdevo un post: Massaia, Coniglio Cattivo, Giornalisti di campagna, Personalità Confusa, Selvaggia Lucarelli, Single, The Petunias, Haramlik, Gnu Economy, La Pizia, Si Fossi Foco, ecc. Non metto i link, tanto la maggior parte di loro hanno chiuso i battenti già da un bel po' o si sono evoluti verso formule diverse.
Ma torniamo al blog Gattasorniona. L'idea del nick mi è venuta quasi per caso, dopo averne scartate diverse. Volevo un nick composto da due nomi, per avere più probabilità di trovare i nomi dei vari account di posta elettronica e di hosting per le immagini liberi, in modo da poter usare sempre lo stesso username per accedervi [2]. E avevo ragione! Infatti, ancora oggi, quando mi registro a qualsiasi aggeggio due punto zero, riesco quasi sempre a compiere l'operazione col mio nick e ciò mi rende la gestione della vita online molto più agevole, considerando anche che ho una compulsione abbastanza patologica alle stronzate due punto zero e devo provarle sempre tutte per forza, sennò non mi sento in pace con me stessa. E poi un'altra ragione per la scelta del nick Gattasorniona fu una lite con una cara ex-amica che, tra tante altre cose, mi accusò di essere sorniona. Ci rimasi di sasso, nessuno me l'aveva mai detto prima. Di solito mi danno della bischera e invece prendermi della stronza calcolatrice mi piaceva e mi piace ancora molto. Allora decisi di mettere "sorniona" nel nick. Il gatta arrivò dopo, per accompagnare degnamente quel sorniona che mi fa ancora sorridere.
Questa è la breve storia del mio blog e del mio nick, che fisso in queste righe per lasciarne una traccia per il giorno in cui non mi ricorderò più nemmeno di averlo avuto un blog. E credo che quel giorno arriverà molto presto visti i miei livelli di rincoglionimento attuali. Questo blog mi sta accompagnando da tanti anni e io sono molto affezionata alle sue pagine gialline e anche alla manciata di altri blogger che vengono di tanto in tanto a lasciarci qualche commento. Ma soprattutto sono affezionata ai tanti blog che leggo da anni, senza i quali la mia vita online sarebbe parecchio più triste e forse già preda di Second Life, WarCraft, Farmville o chissà che altro.
Il mio blog mi ricorda continuamente quanto io sia metodica e poco avvezza ai cambiamenti, cosa verissima nella vita "reale" e che per forza di cose si riflette anche in quella online. Il template di Gattasorniona, tanto per fare un esempio, è sempre rimasto lo stesso, nonostante a intervalli più o meno regolari mi guardi in giro per trovare qualcosa di più attuale con cui sostituirlo, senza esser mai riuscita a individuare una soluzione più soddisfacente e che non mi facesse sentire spiazzata.
Nonostante il mio atteggiamento conservatore, negli ultimi anni la mia vita online è cambiata di brutto e mio malgrado. Splinder, infatti, non è più il solo trastullo che allieta il mio tempo libero. Adesso uso più o meno regolarmente: Facebook, MySpace, Tumblr, Twitter, Friend Feed, ecc. che contribuiscono a disperdere le mie già esigue energie di blogger, sparpagliando, frammentando, ma anche rendendo più immediata la diffusione e lo scambio di pensieri e informazioni perlopiù inutili (per quanto mi riguarda, naturalmente). Facebook, in particolare, costituisce una fonte di cazzeggio impagabile nelle mie pause pranzo. Così mi trovo spesso, e sempre mio malgrado, a trascurare il vecchio e scontato blog, perché le futilità dei social network sono più appetibili e richiedono un impegno neuronico pressoché nullo e questo è esattamente quello che mi ci vuole in certe ore del giorno.
Così la scrittura futile e approssimativa che tanto mi piace e mi diverte sul blog passa in secondo piano. Mi rendo conto di quanto marginale sia questo problema. Tuttavia la gioia nel tenere un blog consiste anche nell'esternare, senza pudore, tutto quanto mi passi per la testa, senza entrare nel merito della pochezza dei contenuti; ma chi se ne frega, non sono mica la Virginia Wolf! Poi vado a leggere i post degli altri e mi sento meno rincoglionita per via della bella e numerosa compagnia di gente che ama guardarsi e riguardarsi l'ombelico, proprio come me. A pensarci bene, nel mio caso, più che di scrittura "che fa figo" parlerei di piacere del cazzeggio, o del racconto "spippolato", perché mi pare più appropriato visti i risultati. La scrittura è un'attività troppo seria, roba per chi è competente davvero, oppure per le anime belle e sensibili che ritengono di dare coi loro scritti un contrubuto sostanziale al mondo. Due categorie, queste, di cui non faccio certo parte.
Sere fa ero al solito pub in compagnia della mia cara amica L. che mi raccontava di qualcuno di nostra conoscenza che le aveva confidato di avere l'hobby della scrittura per poi esprimersi in modo sgrammaticato e grezzo. «Capisci,» mi diceva L., tra un sorso di birra e l'altro, «questa si esprime con un italiano incerto, tuttavia si sente Proust.» Io ridacchiavo, odorando la Guiness che avevo nel bicchiere e tenendo un occhio sul maxischermo dove stavano passando, senza volume, le gag con i cuccioli e i bambini: l'eterno cavallo di battaglia bolso di Paperissima. Ma la mia era solo indifferenza simulata: in realtà mi sentivo chiamata in causa perché scrivo un blog da tanti anni, un blog che di tanto in tanto qualcuno legge e forse non sono degna di avere un tale hobby perche non sono all'altezza... e giù con un ginepraio di paranoie da fare invidia a una borsetta [3] psicopatica presa a caso in qualche clinica specializzata.
Soltanto dopo mi sono messa l'animo in pace, prendendo atto che tanto ormai è troppo tardi: il blog è in piedi, nonostante pensi di chiuderlo tutte le settimane o quasi, e questo è il mio hobby preferito. Guai a chi me lo tocca e basta con le paranoie a grappolo. Ecco.
Apro la seconda Beck's ghiacciata in questa serata dedicata alla scrittura dell'introduzione del pidieffe (o dell'epub, ancora non ho deciso) sussidiario del mio blog che sto preparando da giorni, leggendo e selezionando i vecchi post per conservarli, in caso decidessi, un giorno, di cancellare tutta la roba online su Splinder e trasferirmi su Blogspot o Wordpress come medito di fare tutte le volte che pubblico un post. A dire il vero, in un momento creativo come questo, invece di una birra da due soldi preferirei un ottimo bicchiere di un vino rosso e corposo, da sorseggiare lentamente in uno dei miei orribili bicchieri a calice, tanto per creare l'atmosfera giusta. Io mi vanto di possedere i bicchieri più brutti del mondo, davvero. Sono il regalo riciclato di amici che se ne volevano sbarazzare per la loro bruttezza estrema. È un regalo che ho gradito moltissimo. Un giorno li fotograferò artisticamente e poi pubblicherò la foto su Flickr taggandola come "cose stantìe", "scempi domestici" o un tag del genere.
Adesso in casa non c'è vino rosso, perciò va bene anche questa bottiglietta di Beck's. Prima di mettermi al computer ho esaminato la cantinetta da basso (ovvero il vano sotto il lavello dove tengo: detersivi, alcolici, olio e patate) e ho scoperto di avere in casa solo una bottiglia di Martini Dry che è lì da cinque o sei anni e una bottiglia di vino bianco di quello parecchio schifoso, che mi vengono i bordoni soltanto a pensare a come possa esserne il sapore. Potrei uscire, certo, ma l'idea di camminare fino alla Coop solo per approvvigionarmi di alcolici mi ripugna. Non per finti moralismi, sia chiaro che mi garba un monte bere e non mi vergogno certo a scriverlo, ma soltanto perché mi fa una fatica cane uscire adesso. Rido tra me e me: sono diventata una borghese salutista, oppure non sono ancora arrivata al livello di guardia in fatto di alcolismo. Comunque sia mi pare un buon segno e torno a concentrarmi sulla mia introduzione. E dire che non ho nemmeno le sigarette in casa; meno male che ho smesso di fumare regolarmente e ora me ne concedo qualcuna solo di tanto in tanto. Una però, adesso, ci starebbe proprio bene. Pazienza farò senza vino e senza sigarette, tanto ho una meravigliosa tisana bio al finocchio marca Esselunga, mi pare, che posso tranquillamente utilizzare come succedaneo di qualsiasi altra sostanza viziosa e creatrice di dipendenze subdole.
Apro il mobiletto alto sulla cucina che ho adibito a dispensa dello scatolame a lunga conservazione e dei risotti liofilizzati di cui vado pazza. Mi rendo conto di avere in casa solo legumi precotti: fagioli cannellini, ceci e lenticchie. Una quantità spropositata di brick che ho preso in super offerta la settimana scorsa alla Coop di via Valdera, nel cuore di Novoli, e che costituiscono le mie cene tipo nelle serate casalinghe e solitarie come questa. Infatti, proprio adesso, sono indecisa tra i ceci e le lenticchie, tuttavia mi riservo di scegliere solo all'ultimo momento quello in cui mi preparerò la cena affidandomi alla voglia del momento.A parte i brick di legumi precotti - a cui preferisco per meri motivi estetici lo scatolame classico, ma le offerte sono offerte e non me le lascio certo scappare! - la mia dispensa è vuota, come al solito. Ormai sono abituata a non preoccuparmene più di tanto. Vivo da sola ho uno stipendio miserissimo e sono avvezza a non concedermi tanti lussi né altri orpelli.
Senza drammi, conduco una vita spartana ed essenziale. In effetti faccio una vita piuttosto di merda. Ogni tanto mi capita di pensarci e m'intristisco per un momento. Sto fuori tutto il giorno perché lavoro dall'altra parte della città, in un luogo squallido e piuttosto difficile da raggiungere. Là sono isolata dai servizi principali che invece sarebbe comodo avere intorno all'ufficio. Una sosta alla posta, per esempio, la devo pianificare con un paio di giorni di anticipo. Il mio sogno proibito da alcuni anni a questa parte è di riuscire a lavorare in centro a Firenze, ma questa è un'altra storia e forse un'altra vita (oddio, speriamo di no!).
E la sera, al mio rientro a casa, sono sempre così stanca che mi limito a compiere solo le azioni indispensabili per la mia sopravvivenza e cura – a volte sommaria - della persona. Il resto lo dilaziono tra il fine settimana e i giorni in cui ho più energie, ma andando avanti con l'età sono sempre più rari. Vabbè, non voglio lamentarmi e poi ci sarà occasione di riprendere anche questo discorso più avanti, tra un post e l'altro. O forse no; questo è il mio pidieffe e voglio scriverlo senza tanti vincoli, solo per il gusto di farlo e perché ho difficoltà ad accedere ad internet da casa e allora devo tenere il cervello occupato per scongiurare la scimmia da Facebook e dalle sue applicazioni limitrofe aspira-neuroni.
Insomma, tornando all'idea del pdf che sto imbastendo con i vecchi post, ho deciso di raggrupparli in vari capitoli: vita da single, personaggi e fenomenologie, vecchi tempi a Firenze e dintorni, condominio, programmi televisivi, ecc. I titoli parlano da sé. Non sono in ordine temporale e non ho messo le date in cui li ho pubblicati online. Mi era sembrato giusto far così. Adesso, ripensandoci, credo che riportare la data di ciascun post sarebbe stata una scelta salutare in previsione di una cancellazione definitiva di Gattasorniona e un ricominciare da capo altrove (ah! ah!). Ma ormai è fatta e non ho certo voglia di mettermi a recuperare tutte le date. C'è comunque da tenere presente che questi post sono stati scritti in un lasso di tempo di circa otto anni. Cavolo, come passa il tempo!
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Stare da soli richiede delle doti notevoli e solo in pochi riescono a farlo alla grande. Modestamente io appartengo a questa élite prestigiosa. La chiave di tutto, secondo me, sta nell'organizzazione e nell'ottimizzazione dei processi. Ho delle azioni collaudate in anni di esperienza che mi permettono di vivere il mio tempo solitario sfruttandolo per tutti i miei vari hobby, piuttosto che farmi dominare dalle azioni che devo compiere quotidianamente. Mi spiego meglio facendo un esempio concreto. Se riempio il mio bollitore e lo metto sul fornello nel momento in cui inizia la puntata di Un posto al sole, la mia esperienza di anni in materia mi permette di regolare l'intensità della fiamma in modo che cominci a fischiare esattamente durante la pausa pubblicitaria successiva, con l'apprezzabile risultato che, alla ripresa del mio programma preferito sarò di nuovo sul divano con una tazza di tisana fumante sul tavolino sfregiato che arreda il mio salotto, senza aver perso nemmeno un minuto di UPAS. Questa perfezione nel tempismo è data da anni di esperienza e disciplina. Il bollitore che si mette a fischiare mentre c'è qualche scena epica a Palazzo Palladini, è uno dei momenti più fastidiosi nelle mie serate “divané” e perciò ho cercato di debellarlo con scelte logiche e calcolo accurato della tempistica di bollitura dell'acqua per la tisana. Ecco tutte le azioni della mia vita possono essere ridotte a questo schema di base. Normalizzare le procedure ordinarie per ottenere, col minimo sforzo fisico e mentale i risultati voluti. Tutt'altra cosa è la gestione dello straordinario, naturalmente, ma in questa occasione non m'interessa raccontarne. È come il blog: solo futilità.
Concentriamoci dunque sulle attività ordinarie, ovvero sia quelle quotidiane sia quelle imposte dagli usi della società e dei vari clan in cui tutti noi ci troviamo a vivere. Cominciamo da un rito agghiacciante per i più.
Una delle cose che mi angoscia di più sulla faccia della terra è il dover andare all'Esselunga o in qualsiasi altro supermercato della cosiddetta grande distribuzione il sabato pomeriggio, perché è il momento in cui questi luoghi si riempiono di un'umanità impazzita e a me non garba per niente di ritrovarmi in mezzo a tal marasmi. E di solito, infatti, evito con tutto il cuore di andarci, riuscendo a organizzarmi in modo alternativo e pragmatico: non c'è nulla in casa? Benissimo: mangio fuori o digiuno. Privilegi di noi vecchie zitelle solitarie, certo, ma che richiedono anche una bella dose di organizzazione e programmazione.
Tuttavia, lo ammetto, non sempre è possibile organizzare la spesa al supermercato in momenti tranquilli, spesso succede che si debba, per forza di cose, fare la spesa in quelle fasce orarie maledette. E così lo svolgere quell'attività che per me, dal lunedì al venerdì costituisce sempre un piacere e un momento di relax, il sabato pomeriggio, invece, mi diventa un'esperienza stressante e anche molto ansiogena.
Infatti, ogni volta che il sabato pomeriggio metto piede dentro l'Esselunga affollata di gente incazzosa, mi viene sempre in mente un post di Lia di Haramlik di qualche anno fa, quando lei scriveva ancora dal suo rifugio egiziano di quanto non le mancassero certi rituali collettivi che si era lasciata alle spalle: io ricordo la spesa del Sabato - dopo una settimana di lavoro folle - come un incubo che potrebbe ancora farmi svegliare di notte, urlante. [4] Mai parole di blogger furono più sacrosante e questo post popola la mia top ten dei migliori post che abbia mai letto in tanti anni di frequentazione assidua del mondo dei blog. Ma questa è un'altra storia. Ritorniamo alla spesa del sabato pomeriggio. Per reagire all'angoscia attanagliante ed essere attiva e reattiva ho sviluppato una strategia della spesa che mi aiuta ad affrontare quel macello nel modo più indolore possibile e che si compone di due semplici step: cestino e musica. Prima di tutto, infatti, niente carrello, ma solo il pratico cestino in plastica resistente. A dire il vero l'ho abbozzata di prendere il carrello da quando sono tornata zitella l'ultima volta. Non so perché, ma mi ricordo che dopo essermi lasciata, alla prima spesa da "donna che ha riacquistato la propria libertà" pensai: «adesso vita nuova: niente più carrello, solo il cestino.» E in quel momento, chissà perché, mi sentii davvero libera.
Quell'episodio ormai lontano dovrebbe farmi riflettere molto attentamente sulla brutta piega che ha preso la mia vita negli ultimi anni e spingermi a tentare di porvi rimedio il prima possibile. Alla mia penultima rottura sentimentale, infatti, ero corsa a prendermi il brevetto di sub, altro che cestini e supermercato!
Ma ritorniamo alla spesa del sabato pomeriggio. Il trucco fondamentale per sopravvivere a questa esperienza notoriamente traumatizzante e causa di spleen improvvisi e difficilmente gestibili, sta nell'acquistare solo l'indispensabile, rimandando al lunedì successivo tutti gli altri acquisti. Tutta la spesa, infatti deve entrare nel pratico cestino di plastica rossa che permette di muoversi più agevolmente nella folla e schivare i carrelli alla deriva.
Poi c'è l'altro equipaggiamento indispensabile: la musica in cuffia. Ho una sezione del mio lettore di mp3 dedicata ai Momenti Esselunga, composta, a sua volta, da due sottosezioni specifiche: Weekly Lounge e Saturday's Rage; credo che sia inutile la traduzione. Ed eccomi lì, il sabato pomeriggio iniziare ad addentrarmi tra gli ortaggi e la frutta e dopo il primo spintone di buzzurri con bimbi nel carrello, azionare immediatamente la mia selezione di musica da carnaio dove la chitarra di Steve Vai la fa da padrone - in particolare trovo Erotic Nightmares e The Animal particolarmente indicate alla situazione - alternata a Santana, Pearl Jam e con dell'ottima Pausini random che ci sta sempre bene [5].
Insomma, accendo la musica e inizio a farmi trascinare dalla corrente umana per i corridioi dell'Esselunga, cercando di acchiappare quasi al volo le cose che mi servono, senza stare a sindacare su marche e offerte perché sono consapevole di quanto la situazione sia d'emergenza e l'obiettivo primario è approvvigionarsi e uscire da lì nel minor tempo possibile. E poi non c'è verso di sottrarsi a quella bolgia infernale formata da famiglie sempre di pessimo umore, bambini piangenti, coppie a un passo dallo scoppio, pisquani col carrello pieno di birre e coca cola e umarelli [6] assatanati che si contendono l'offerta del momento. Si può trovare tutta la miseria umana condensata in una manciata di metri quadrati. Ai suoi tempi Émile Zola c'avrebbe trovato dell'ottimo materiale umano e forse al giorno d'oggi la Maria De Filippi ci attinge davvero per ripopolare la fauna sguaiata dei suoi programmi televisivi. Chissà.
Tuttavia, anche in quel luogo infernale, esattamente a metà del cammino verso l'uscita, c'è un limbo ristoratore; una vera e propria radura di luce e di pace, con poca gente che si sottrae al flusso e che non ha fretta, mantenendo un umore sereno e per nulla isterico: il fantastico corridoio dei vini. Lì, piano piano, si radunano i single o le coppie di fresca composizione e si aggirano tra gli scaffali di legno verde, scegliendo in tutta calma la bottiglia o le bottiglie per la serata. E io mi ci fermo sempre a tirare il fiato e spesso mi lascio condizionare e compro anche una bottiglia di vino da portare a chi mi ha invitata a cena o da offrire a chi verrà a cena da me.
Quando i piani per la serata sono diversi, parcheggio la bottiglia appena acquistata in frigo o sotto il lavello della cucina, meglio conosciuto come l'antro di bacco e che custodisce un'accurata selezione dei rossi che sono stati in offerta all'Esselunga negli ultimi due o tre mesi. Ieri sera, per esempio, sono stata a cena da un amico fricchettone, che non è il solito amico fricchettone a cui ho dedicato un bel po' di post di questo pidieffe, ma un altro molto più edulcorato. Tra l'altro l'amico fricchettone doc di cui racconterò più avanti non si è fatto più vivo da quando tentò meschinamente d'intortarmi con la Amway e adesso non ho punta voglia di chiamarlo perché sono terrorizzata di venir coinvolta, mio malgrado, in un'altra iniziativa del genere. Insomma, il mio amico frikketone due, ieri sera, mi ha chiesto se per caso avessi in casa del vino bianco da portare da lui, col tono di chi pensa: figurati se questa all'ultimo minuto la domenica sera ha in casa del vino bianco decente, al massimo mi porterà un orribile mini-brick da 0,25l. di Tavernello Corovin... e invece io l'ho sorpreso quando gli ho risposto: «sì certo che ce l'ho ed è già in fresco: preferisci un Gewürztraminer o il Muller Thurgau?» «Portali tutti e due,» ha risposto incredulo. E così ho fatto.
Ho quattro tessere fedeltà per i supermercati: Esselunga, Coop, Pam e Conad. Le uso tutte e quattro più o meno regolarmente, a girare, secondo l'umore e ciò che mi suggerisce l'oroscopo. Sarebbe bello un oroscopo che parla di cose terra-terra. Macché amore, lavoro, famiglia. Piuttosto raccolte punti e selezione di supermercati. Comunque sia , mi rndo conto che l'avere tante tessere fedeltà, di catene di distribuzione diverse sia un comportamento deprecabile perché costituisce di fatto una sorta di poligamia sfacciata e ostentata, ma tant'è.
Le tengo tutte insieme, nel borsellino gonfio di cianfrusaglie che appesantisce la mia borsa di tutti i giorni, contribuendo in maniera decisiva al mio mal di schiena cronico. E amo tirarle fuori tutte insieme, per sfogliarle come un mazzo di figurine o mostrarle con orgoglio agli amici, disponendole su un piano tutte e sei contemporaneamente e dando luogo a infinite discussioni sull'argomento. Perché, c'ho fatto caso, ognuno ha la sua teoria su qual è il supermercato migliore e la difende a spada tratta nelle occasioni di confronto. Io causo sempre scompiglio perché le mie carte fedeltà sono sei in tutto: infatti nel mazzo di tessere c'è anche quella della Feltrinelli, che ci ho messo solo per smorzare il tono da casalinga dimessa. E poi ci sono ben due tessere del Pam, o della Pam che dir si voglia. Il Pam ne dà due perché ragiona per nuclei famigliari, mentre gli altri supermercati la fedeltà dei clienti la misurano sui singoli individui e danno una tessera per persona. Sono strategie di marketing molto interessanti che andrebbero approfondite nelle sedi giuste e questa estensione di blog ovviamente non lo è [7].
Insomma, mi ricordo che quando richiesi la tessera fedeltà del Pam l'impiegata addetta alla fidelizzazione e a raccogliere i dati dei clienti, mi allungò, senza guardarmi in faccia, due tessere di plastica dura. Pensando subito a un errore le feci notare subito: «scusi, mi ha dato una tessera in più.» «No, va bene così, ne diamo due per ogni iscrizione: così servono a tutta la famiglia». «Ma a me ne basta una sola, per...» «No, la prenda, non si può mai sapere,» ribatté la tipa, perentoria e sibillina, chiudendo il discorso una volta per tutte e lasciandomi a meditare sulla mia solitudine esistenziale non contemplata dalle politiche di marketing della loro catena di distribuzione.
Avrei voluto gridarle sul viso: «macché due, sono single, porca miseria ladra, me ne basta una sola perché la mia famiglia è composta da una persona e basta!» Poi però non lo feci, riposi con cura nel portafoglio le due tessere e uscii dal negozio meditabonda. Ed è per questo motivo che adesso mi ritrovo con queste due tessere della Pam: una con sopra una foto di crostacei e l'altra con l'immagine dei peperoni gialli e io me le porto entrambe sempre dietro perché non mi so decidere a tenerne solo una nel borsellino. Peperoni o gamberetti? Mica è facile fare una scelta definitiva.
Il problema è che col pasare del tempo ho sviluppato tutta una mia Weltanschauung sulle tessere fedeltà e sugli acquisti pilotati dal miraggio dello sconto. Una roba da zitella ossessiva, me ne rendo perfettamente conto, e che si può riassumere in tre parole: sono-delle-sòle e perciò bisogna saperle sfruttare, approfittando di quello che io chiamo "lo sconto crudo". Ovvero lo sconto diretto sugli oggetti che compongono il turnover delle immancabili offerte settimanali. Adesso all'Esselunga, per esempio, è il periodo dei premi. Non esattamente adesso: i punti accumulati in mesi e mesi di acquisti scadranno il 21 aprile [8], ma io ho preso lo stesso il catalogo per cominciare a puntare qualche oggetto del desiderio.
Sono delusissima. Ho calcolato che di qui ad Aprile non avrò abbastanza punti per prendere il tostapane dei miei sogni: il Metropolis De Longhi, un oggetto destinato a fare tendenza per l'eleganza e la compostezza delle sue forme. Tanta roba, ma anche tanti punti: ben tremilaseicento, per l'esattezza, oppure millesettecento per averlo con lo sconto, a soli diciannove euri. Giammai: il premio fedeltà deve essere gratis, non scherziamo, altrimenti non c'è soddisfazione. Una lavora un anno per mettere da parte i punti e poi deve cacciare pure i soldi. No, no e ancora no.
La scorsa settimana è volata via e non sono riuscita a fare tutto quello che mi ero prefissata. Ormai mi è venuta la fissa e il tempo che di solito dedico al blog l'ho speso per testare le altre piattaforme su cui, eventualmente, trasferire gattasorniona. A forza d'insistere mi sa che ho trovato quella che fa al caso mio, ma prima ci devo spippolare ancora un po' e non voglio fare le cose in fretta e furia, perciò per adesso rimango qui. Se ne riparla più in là [10]. Tuttavia sono contenta perché le mia avventure di single si sono arricchite di un altro importante capitolo: l'intasatura improvvisa del cesso. Una new entry molto speciale nella top ten delle sfighe. Non per vantarmi, ma su certe cose io non mi faccio mai mancare nulla e sono sempre un passo avanti.
Questa volta non ho potuto ignorare il problema come faccio di solito: infatti non si può fare a meno del water in casa. Perciò ho prontamente chiamato un'amica più single di me - me ne è rimasta solo una, a quanto pare siamo una categoria in via d'estinzione! - per chiederle lumi su come fare a risolvere questo terribile problema.
La mia amica si è dimostrata padrona della situazione, nonché insopportabilmente criptica, mentre mi parlava d'intervento diretto, dando per scontato che capissi a cosa si stesse riferendo. Poi, dopo aver constatato che non ci stavo capendo una mazza e non avevo idea di cosa intendesse con intervento diretto, mi ha detto chiaramente di mettermi dei guanti di gomma e provare a sturarlo con le mani, visto che, secondo lei, il water di solito s'intasa "a portata di mano". Et voilà, un gioco da ragazzi.
Beh, mi duole ammetterlo perché è una macchia sul mio bel curriculum di single incallita, ma non ce l'ho fatta. Non ho lo stomaco di infilare le mani nel buco del cesso per sfruconare il tubo con le dita, ecco. Perciò dopo un quarto d'ora di preoccupato avanti e indietro dal bagno al corridoio, senza saper che fare e tenendo le mani guantate in alto come un chirurgo in sala operatoria, ho deciso di lasciar perdere e di passare direttamente al piano B: l'acido.
Sono andata al supermercato, decisa a farmi una cultura in materia. Ho bypassato Mr. Muscolo Idraulico Gel, ideale per scarichi bloccati nuova formula più efficace, optando per: Sturatutto, l'idraulico a portata di mano, nuova formula liquido a doppia concentrazione che non danneggia le tubature e ne ho prese due bottiglie perché avevo il presentimento che una non sarebbe bastata per risolvere il problema. E avevo ragione, porca miseria. Devo essere stata per forza un'idraulico in una vita precedente, altrimenti questa preveggenza non si spiega.
Sono tornata a casa, ho versato il liquido nel cesso che ha sbuffato forte e fatto una fumata esattamente come accade nei film, quando viene aggiunto l'ingrediente chiave alle pozioni magiche. Ma tanta scena e tanto rumore per nulla, naturalmente. Allora mi sono procurata della soda caustica in perle, che funge sia da sverniciatore sia da disgorgante, e l'ho lasciata lì, per una giornata intera, convinta che nessuna otturazione del cavolo avrebbe resistito a un simile attacco diretto. Oddìo è cominciato Beautiful: lutti e tragedie irresistibili: devo andare! [11]
Da una conversazione tra una vecchia ziba e un drappello di signore, sue coetanee e amiche da sempre, stupite per la sua prolungata e impenitente singletudine. Considerando che quando ho scritto questo post ero tanto, ma tanto più giovane di adesso... mi vien da ridere.
1. Posso coltivare tutti, ma proprio tutti, i miei interessi, specialmente quelli sportivi, fare e disfare i miei programmi come mi pare e piace, decidendo tutto all'ultimo momento e senza dovermi né giustificare né preoccupare.
2. Posso guardare Un posto al sole tutti i giorni e poi spengere la televisione.
3. Posso cucinare quando e cosa mi pare, senza il pericolo di ferire nell'intimo qualcuno che si aspetta quotidianamente due etti abbondanti di pasta al sugo alle 20:30 in punto, sennò ci rimane male e si attrezza per il resto della serata con la faccia sofferente d'ordinanza.
4. Posso non avere alcuna idea di quello che succede nel mondo del calcio, né della formula uno, né del ciclismo e vivere benissimo lo stesso senza essere relegata nella casta dei paria. Ma chi se ne frega se Toni farà coppia con Bojinov, ma chi sono? Che me ne viene in tasca?
5. Non devo bazzicare né suoceri arteriosclerotici, né cognati/e affetti/e da insoddisfazione cronica o col dissidio interiore: tutte locuste socialmente legittimate che devastano la vita altrui. Succhiano energie vitali in cambio di stress. Ma per piacere, la psicoterapia si paga, sennò: circolare!
6. Non devo più fare uscite a coppie. Mi facevo sempre due palle così. Madonna come lo odio. Non mi piacciono le dinamiche che si creano. Le donne che tendono a far comunella tra di loro e gli uomini pure. Tutti si lamentano di tutto e si rompono i coglioni. Serate sprecate.
7. Posso dormire col plaid anche in estate senza per questo essere né schernita né esposta al pubblico ludibrio.
8. Posso gridare ai quattro venti che 37,1° non è febbre, no, neanche per sbaglio e non si può essere moribondi per così poco.
9. Il seguente sillogismo assume un valore incontestabile:Tutte le automobili funzionanti entrano in moto, partono e viaggiano senza problemi. La mia automobile entra in moto, parte e viaggia senza problemi. La mia automobile è funzionante. «E non c'è affatto urgenza di portarla dal meccanico. Nooo, non lo sento questo rumore, non c'è alcun rumore.»
10. Nessuno mi sveglia in piena notte trascinandomi in bagno per esaminare tre, dico tre, capelli nel lavandino: «eccoci, è l'inizio della fine!» «Guarda che sei pelato dalla pre-pubertà, ormai dovresti essertene fatto una ragione e poi non vedo il probl...» «Tu non puoi capire, e poi io non ne ho mai persi così tanti tutti insieme...»
Ometto le dieci cose negative dell'essere single, sennò sciupo l'effetto divertente e poi anche perché in questo momento non mi viene in mente nulla.
Facendo zapping sul blog di Personalità Confusa [12] ho letto un post intitolato Argomenti di conversazione con gli elettricisti che mi ha fatto venire in mente la mia reazione-tipo quando mi si scassa qualcosa in casa. Siccome io sono molto "povera", prima di ricorrere all'intervento di un professionista qualsiasi e poi dovergli sborsare un pacco di euri, ho tutta una serie di fasi intermedie da passare.
Fase uno: quando si rompe qualcosa in casa mia prima di tutto ignoro il problema. Faccio finta di nulla. Si scassa lo scaldabagno? Faccio a meno dell'acqua calda, tanto chissene frega. La lavatrice non funziona più? Lavo a mano, che ci vuole. e così via. Dopo qualche giorno, col cesto di panni sporchi che straborda, oppure dopo la prima doccia con acqua gelida, decido di passare alla fase due.
La
fase due consiste nel tentare di capire ed eventualmente
risolvere il problema. Da quando sono zitel single,
ho imparato a fare diverse cosette da sola, perciò sono sempre
ottimista riguardo alle mie possibilità quando c'è qualche
riparazione da fare. In uno dei primi post che ho scritto raccontavo
proprio sulla soddisfazione che mi da riuscire a cambiare la candela
allo scooter da sola [13]. Comunque anche la fase due di solito dura
all'incirca due giorni, giusto il tempo per rendermi conto e digerire
il fatto che non sono capace di risolvere il problema solo con le mie
forze.
Allora passo alla fase tre: chiedo aiuto a un amico, rigorosamente di sesso maschile e, possibilmente, accasato da tempo. La mia teoria è questa: quando uno mette su famiglia è inevitabile che s'ingegni a fare riparazioni e quant'altro da sé, sia per risparmiare sia perché è un qualcosa insito nella natura della maggior parte degli uomini. Non ne possono fare a meno. Dunque, l'amico arriva accompagnato dalla moglie o compagna che dir si voglia. Mentre preparo la cena e scambio due chiacchere con l'accompagnatrice, lui con serietà e professionalità insospettate si dedica al problema.
Una volta un amico che normalmente fa l'impiegato, si è presentato a casa mia con una vera borsa da idraulico che si era fatto prestare da un suo zio idraulico, ormai in pensione da tempo, per risolvere la lieve perdita sotto il lavandino della mia cucina. Tutto molto coreografico, ma perfettamente inutile, tant'è che sotto il lavandino ho ancora una bacinella che raccoglie l'acqua che viene fuori dal tubo mai riparato. Insomma, il lui in questione inizia la riparazione e puntualmente non ci riesce.
La moglie/compagna di solito approva l'intervento in trasferta, perché lei non gli permette certo di fare tutto quel casino in casa loro e così è molto contenta quando lui va a fare le sue riparazioni in casa d'altri, così si sfoga. Ben presto lui si rende conto di non essere in grado di risolvere il guasto e molla tutto a metà dell'opera perché si è – giustamente – rotto le palle.
A quel punto ci si dimentica del problema idraulico, si apre il vino e ci si rilassa tutti prima di metterci a tavola. In casa mi ci sono: una libreria dipinta a metà con alcune assi avanzate in terrazza perché l'architetto improvvisato aveva scazzato le misure. Poi c'è un sacchetto con l'occorrente per dipingere di celeste la mia vecchia vasca da bagno, che è ancora lì da almeno due anni perché l'apprendista imbianchino ha scoperto che non è così facile ottenere un buon lavoro di pittura sullo smalto dei sanitari. Poi ho anche alcune assi lunghe e strette nel corridoio da non so quanto tempo e, col passare degli anni, ho finito col dimenticare a che cosa avrebbero dovuto servire, finendo poi con l'ignorarle: adesso le tratto come una di quelle terribili fascine decoraive di sterpi, con velleità orientali che vengono vendute a caro prezzo nei negozi di arredamento etnico. Sia chiaro: non mi sto lamentando, i miei amici sono gentili ad aiutarmi e mi fa molto piacere, sto solo constatando che le dinamiche di certi atteggiamenti sono ricorrenti.
Insomma, per ritornare al guasto in casa, è solo a questo punto che decido di passare alla fase quattro: ovvero chiamare il professionista di turno che venga a risolvermi il problema. E tutte le volte chiedo a mio padre se mi fa il piacere di stare in casa mia a controllare che tutto vada bene mentre sono al lavoro, ma i miei genitori sono i pensionati più impegnati dell'universo e di solito mi tocca prendermi mezza giornata di permesso per seguire di persona la riparazione. E, a differenza del buon X§, alla fine io ho poca voglia di socializzare perché a questo punto ho già speso tutte le energie che avevo e non vedo l'ora che il professionista finisca il lavoro e si levi dalle scatole.
Neanche a farlo apposta, ho ritrovato per caso quel post vecchissimo sul cambio di candela al motorino che citavo nel capitolo precedente, perché non avevo intenzione di metterlo in questa antologia sorniona. Ma già che ci sono, eccolo.
Oggi mi si è fermato il motorino o scooter per i puristi che non hanno mai avuto un Ciao o un Sì in vita loro. Insomma, non ne voleva sapere di rimettersi in moto, nonostante il serbatoio fosse quasi pieno. Fino a poco tempo fa avrei chiamato il fidanzato per il soccorso. Il fidanzato avrebbe sbottato al telefono dicendomi che lui ha da lavorare (io invece no, scherzo tutti i giorni...) e che il mio motorino avrebbe dovuto aspettare. Allora l'avrei parcheggiato da qualche parte e poi avrei dovuto tornare a casa in autobus e il giorno dopo andare al lavoro in bici. Poi mi sarebbe toccato aspettare la sera, o addirittura il giorno dopo ancora, finché il fidanzato, trovando a fatica un buco nei suoi impegni improcrastinabili, si sarebbe degnato di venire a dargli un'occhiata. Poi, con la faccia incazzata, mi avrebbe cambiato la candela, come se stesse facendo un'intervento di alta ingegneria meccanica; i cosmonauti che cambiano i pezzi dello Shuttle mentre galleggiano in orbita se la tirano molto meno. Già, la candela è sempre lei. Ho pensato proprio alla candela questo oggi pomeriggio e alla faccia del mio ex-fidanzato.
E poi ho pensato anche che non ho bisogno di ricorrere a maschi riparatori, perché io valgo e anche perché sono stata lasciata e non ho più nessuno a cui rivolgermi, ma non è questo il punto. Allora ho smontato la parte anteriore, tra il sedile e la pedanina, quella che racchiude la candela, usando gli attrezzi che ci sono nel vano sotto la sella. Poi ho tolto quel cappuccio di gomma nera e l'ho svitata. Con la candela in mano, sono andata a piedi fino alla stazione di servizio più vicina e ho acquistato una candela uguale spiccicata a quella vecchia che mi ero portata dietro a farmi da modello. Infine sono tornata indietro e in due minuti ho rimontato la nuova candela al posto della vecchia. Poi ho rimesso a posto il pezzo della carrozzeria che avevo smontato, che non è altro che un coso di plastica che s'incastra con tutti il resto in modo piuttosto intuitivo. A questo punto ho provato ad accendere ed è ripartito! E pure al primo tentativo. E ora va benissimo! Con orgoglio guardo il grasso del motore che mi è rimasto sotto un paio di unghie. Forse non è grasso ma inquinamento rappreso. Vabbè, fa lo stesso. Questa piccola avventura mi ha messa di ottimo umore.
Poi ho cambiato motorino. Adesso ne ho uno davvero bello, comprato poco usato, di quelli giapponesi che dicono tutti che non si fermano mai (tocco ferro mentre scrivo, perché tutta questa gente esperta di motorini giapponesi mica mi convince, da dove saltano fuori?). Un rebus, non ho la minima idea se ci siano le candele oppure no. Ma colleghi introdotti nel mondo motorizzato mi dicono che tutti i mezzi di trasporto sono dotati di candele. Io mica ci credo. Chiederò al meccanico quando mi ricorderò. Insomma dicevo che ho cambiato motorino. E questo sarà pure bellissimo, ma è un mistero per quanto riguarda le candele; non ho la più pallida idea di dove possano nascondersi. Sarà pure bello, ma mi ha fatto perdere una bella fetta di auto-emancipazione di cui ero molto fiera.
L'altro giorno sono stata a un matrimonio. Una roba pesa. Pesa per me, intendo. Una mia amica che si è trasferita a Milano è tornata a sposarsi a Firenze, perché il Chianti è sempre il Chianti. E io mi sono un po' rotta le palle di avere amici che si manifestano solo in queste occasioni. Lo ritengo un atteggiamento ipocrita, egoista, nonché spaccapalle. In fondo i matrimoni sono eventi lunghi, costosi e stancanti (e non solo per gli sposi), perciò preferisco andare a quelli degli amici veri che sento regolarmente per cui nutro un qualche interesse e dove so che mi divertirò. E poi un matrimonio è una festa come un'altra e una persona sana di mente alle feste-pacco non ci va. Ottima teoria la mia, devo soltanto perfezionarne l'attuazione pratica e poi sarò a posto.
Il racconto. Quando sono arrivata in chiesa ho intuito la tragedia che mi aspettava: nessuna faccia conosciuta. Ma com'è possibile? Sola. Sola come un cane, cazzo. Ho moccolato a denti stretti e poi sono entrata nella pieve dove ho avuto cura di imboscarmi in fondo in modo da poter passare il tempo a mandare sms. Dopo la cerimonia e il lancio del riso, ho vissuto l'esperienza del primo viaggio in suv della mia vita, nel ruolo di navigatrice satellitare umana, perché oriunda e perciò esperta per forza di strade e stradine della campagna circostante. Il ricevimento si è svolto in una delle tante, lussuosissime e monumentali ville medicee nei dintorni di Firenze, noleggiata per l'occasione. Ho scoperto che il menù dei matrimoni è sempre lo stesso, anche adesso che siamo quasi in inverno. Ero sicura che la logica sottesa al menù in questo genere di eventi fosse stagionale. Invece no. In fondo che gli frega ai vari catering di differenziarsi?
Comunque ho iniziato a rompermi le palle da subito; il tempo scorreva lentamente tra mal di piedi e discorsi svogliati con persone che avevano voglia di parlare soltanto tra di loro perché si conoscevano già o forse perché non avvezzi alla mia gorgia "simpatica e che si sente appena appena". La maggior parte degli invitati, infatti, erano milanesi scesi in terronia per farsi matrimonio più weekendino nel Chiantishire, all inclusive. E io in quell'ambiente non conoscevo nessuno, tranne gli sposi e i parenti più stretti della sposa che non mi potevano considerare più di tanto viste la circostanze. Allora il mio obiettivo primario è diventato trovare qualcosa da fare per passare il tempo e così, su due piedi, mi sono inventata un gioco divertente, ma anche parecchio razzista: il gioco dell'avallo del luogo comune. In mezzo a tutti quei milanesi cazzo-figa, mi sono posta l'obiettivo di trovarne entro mezz'ora, almeno uno che andasse in vacanza a Curmayeur, pardon a "Curma".
Ho approcciato una coppia filiforme e, dopo venti secondi, mi hanno detto di loro iniziativa che di solito i weekend vanno a Curma e scendere in Toscana per questo matrimonio è stato un simpatico diversivo. Io sono rimasta attonita e gli ho risposto dicendogli che capivo perfettamente, perché negli anni Novanta sono stata diverse volte sull'ovovia dell'Abetone. A quel punto mi sono intristita e ho deciso di lasciar perdere il gioco della conferma del luogo comune. Allora ho preso un bicchiere di prosecco e mi sono messa ad ascoltare la musica nell'aria.
I musicanti, due animali da matrimonio: lui - collo taurino e dolcevita nero - alla pianola e lei - capello biondo tinto e vestitone lungo - vocalist. Stavano facendo i soliti pezzi di tutti i matrimoni. Pare uno standard certificato: le linee guida dettate dall'Ente Nazionale Colonne Sonore Ai Matrimoni. Ci deve essere per forza, infatti, un organo che regola e uniforma tutto, altrimenti non si spiegherebbero certe dinamiche mostruosamente identiche in luoghi dove il buon senso suggerirebbe il libero arbitrio. Questa volta, però, soltanto una piccola differenza rispetto a tutti i matrimoni: solo pezzi italiani, niente robaccia anglosassone ché la musica italiana è così bella, suvvìa.
Mina, Dalla, i Pooh "e io vorrei comprendere, perché da un po' non mi vuoi..." pezzo di una tristezza estrema, ma anche il preferito della coppia di sposi e perciò eseguito con grande enfasi e partecipazione collettiva. A seguire una macedonia stantìa di altri pezzi bolsi da Festivalbar o Sanremo. Dopo aver studiato per un po' i due musicisti, mi sono avvicinata decisa a molestarli: ho provato a chiedergli di fare Vitello dai piedi di balsa, dicendo a voce alta Ruggeri e bisbigliando quasi sottovoce Elio e le Storie Tese. I due musicanti mi hanno sgamata all'istante, bollandomi subito come rompicoglioni attentatrice alla purezza della loro arte e guardandomi con infinito disprezzo. Allora mi sono allontanata perché ne avevo abbastanza e avevo anche un po' di mal di denti che dovevo assolutamente sedare con dell'altro prosecchino.
Mentre camminavo nervosamente tra le facce sconosciute degli invitati, attenta a non versare per terra l'ennesimo calice di prosecco a buon mercato, sono stata bloccata da una tipa di Firenze che mi ha detto di conoscermi benissimo ma che io - lo giuro - non avevo mai visto in tutta la mia vita. Mi ha detto di essere un'insegnante in una scuola media dell'hinterland. Ancora buio sulla sua identità. Abbiamo iniziato a parlare dei problemi dell'insegnamento e io ho detto la mia, come se avessi una qualche esperienza in materia. Lei mi ha raccontato che non ce la fa a tenere la classe e che i giovani d'oggi non sono come quelli d'una volta... Le ho dato ragione; ero già mezza ubriaca e dopo tutte quelle ore avevo disperatamente bisogno di qualcuno con cui socializzare per scacciare lo spleen vespertino che mi stava attanagliando. Per stare a quel cavolo di matrimonio avevo dovuto rinunciare a una meravigliosa serata in una pizzeria squallidina di Firenze Nova, dove si mangia una margherita deliziosa da affogare con la birra. Di tanto in tanto mi tornava in mente e mi veniva un gran magone.
Ho ingoiato, senza masticare, un pezzetto di formaggio dalla selezione di francesi con mostarde che avevo nel piattino preso senza guardare dal buffet mentre chiaccheravo con la mia nuova amica. Poco dopo un altro ragazzo si è unito a noi. "Unire" non è il verbo giusto: si è catapultato, si è aggrappato a noi. Non c'era volontà d'imbrocco nella sua insistenza, era soltanto un altro fiorentino disperato, da solo a questo matrimonio del cavolo, con nessuno che se lo filava. E noi l'abbiamo accolto con gioia e ci siamo presentate, così ho potuto sapere come si chiamava la tipa che diceva di conoscermi, e con cui stavo parlando da più di un'ora, e finalmente mi sono potuta rilassare, senza il timore di fare qualche gaffe. Così ho scoperto che è un'amica di mio fratello che avevo visto l'ultima volta tanti, almeno dieci, anni fa. Un legame praticamente inesistente, tuttavia in questa circostanza disperata è stato più che sufficiente a farci diventare migliori amiche della serata. Invece il ragazzo era una new entry, nonché molto carino e a questo punto eravamo a tutti gli effetti un trio all'erta e pieno di brio. Abbiamo brindato ancora, ne avevamo bisogno.
È arrivato il momento per gli invitati al ricevimento di prendere posto ai tavoli e noi tre abbiamo scoperto con piacere di essere tutti allo stesso tavolo. Ma non si trattava una fortunata coincidenza: il nostro era l'unico tavolo di fiorentini di tutto il ricevimento e chissà perché ci avevano separati dall'etnia dominante. Praticamente formavamo un'enclave nell'enclave. Forti di far parte di un gruppo oramai affiatato, abbiamo stabilito di andarcene da lì dopocena, dopo l'inizio delle danze, esattamente nel momento in cui gli altri invitati si sarebbero scatenati a ballare i Village People e Gloria Gaynor e quelli del catering avrebbero iniziato a servire le sottomarche di superalcolici che, cascasse il mondo, vengono propinate a tutti i matrimoni. La luce in fondo al tunnel di quella giornata di merda. Tutti e tre, rincuorati da quella decisione, siamo usciti fuori a fumare. Ho fumato anch'io, mi pareva proprio il caso.
Alle cinque del mattino è ancora buio pesto in Settembre. Alle cinque del mattino la città pullula di gruppuscoli di omini over-fifty, tutti armati e vestiti di tutto punto con colori mimetici, che stazionano vicino a grosse jeep, pronti per la caccia. Alle cinque del mattino i fattorini che consegnano le paste ai bar ancora chiusi, lasciano i contenitori pieni di quel bendidio sul marciapiede, davanti ai bandoni abbassati. Lo stesso accade per le consegne ai giornalai. Alle cinque del mattino l'odore degli alberi misto a quello dell'umidità della notte è buonissimo. Nella mia personale classifica degli odori preferiti lo colloco al secondo posto: prima dell'odore di zampirone e subito dopo il profumo della pizza. Alle cinque del mattino bisogna fare attenzione quando si passa vicino alle aiuole della città: a quest'ora gli innaffiatoi automatici sono spesso in funzione, e si rischia una doccia fredda.
Alle cinque del mattino una maglietta e un giubbotto d'incerato pesante non sono sufficienti e non riescono a parare il freddo: fare il percorso da Novoli a Firenze Sud può portare all'ipotermia e a una voglia improvvisa e irresistibile di fare la pipì. Alle cinque del mattino si può andare in tutta tranquillità con il motorino, in piazza del Duomo e passare indisturbati tra il Duomo e il Battistero, zona che di solito è blindata [15]. Alle cinque del mattino i bar sono quasi tutti chiusi, almeno i miei preferiti. Alle cinque del mattino sui Lungarni fa molto più freddo che nelle vie del centro e lo sbalzo di temperatura quando si passa da una zona all'altra è notevole. Se quest'insonnia continua sarò costretta a fare amicizia con qualche barista che lavora di notte, così quando non dormo saprò dove andare a sfangare le ore notturne [16].
* * * * *
Questo è il capitolo del pidieffe che ho dedicato ai personaggi della mia vita, quelli che mi sono rimasti impressi per vari motivi, che porto nel cuore, sia nel bene sia nel male e di cui ho scritto sul blog. Comincio dalla Iole. A proposito: ciao Iole!
Sono molto giù di morale perché è morta la Iole. Era malata da tempo e da tempo non riconosceva più nessuno, figli e nipoti compresi. Da quando si era aggravata era facile trovarla in paese, sempre in tuta da ginnastica e pantofole felpate, mentre la badante rumena, dall'inspiegabile accento tedesco, la spingeva sulla sedia a rotelle. Durante quegli incontri la Iole mi faceva grandi sorrisi sdentati, nonostante avesse smesso di riconoscermi già da una decina d'anni, ossia dagli albori di quella malattia che l'ha consumata lentamente e inesorabilmente fino a pochi giorni fa. E durante quegli incontri io ricambiavo i suoi sorrisi con baci, abbracci e quando era possibile con un bel boero della Casa del Popolo.
La Iole e tutta la sua famiglia hanno abitato per tanti anni nella casa di fianco a quella di mia nonna, in campagna. Adesso quella casa è stata restaurata e divisa in tanti appartamenti anonimi, ma fino a pochi anni fa era un edificio enorme, distribuito su tre piani, fatiscente e in cui viveva soltanto la famiglia della Iole. Da piccola li adoravo: erano una specie di famiglia Addams, ma più ruspante e variegata e passavo un mucchio di tempo là da loro. Avevano questa casa enorme, composta da una quindicina di grandi stanze buie e umidissime, piene zeppe di cianfrusaglie, che si estendevano ramificandosi su tre piani all'interno del borgo dove abitiamo anche noi, con le finestre che sbucavano dappertutto, mischiate a quelle delle altre abitazioni. All'interno il puzzo di piedi era una costante, al punto che mi stupivo quando mi rendevo conto che in casa mia non c'era e mi pareva pure una mancanza - la nostra - di cui preoccuparsi.
Tra i vari componenti della famiglia mi ero affezionata sopratutto alla Iole e a suo marito Vittorio. Lui era un uomo bellissimo e pieno di fascino, ma anche la Iole sarebbe stata una donna molto bella se solo non fosse stata logorata dalla vita e dall'alcol. La Iole, infatti, lavorava in fabbrica come un mulo per mantenere tutta la famiglia, perché suo marito aveva da fare la bella vita e spesso spariva con la sua Lancia Beta coupé rosso bordò per lunghi periodi, senza dare notizie.
Durante quelle assenze, per me inspiegabili ma consuete, la Iole era sempre parecchio nervosa e si veniva a sfogare con mia madre e mia zia, bevendo bicchieroni di Martini bianco e fumando una sigaretta dopo l'altra. Quando Vittorio ritornava - e ritornava sempre - portava alla moglie la biancheria da lavare, pretendendo di rientrare in casa come se nulla fosse accaduto. La Iole ovviamente non ne voleva sapere e scoppiavano delle litigate furibonde che tutto il paese ascoltava con curiosità morbosa da dietro le finestre. A volte lei lo minacciava con il fucile da caccia, mai puntandoglielo addosso, solo agitandolo nell'aria come spesso si vede fare nei film di cow boy. Poi, per punirlo efficacemente di aver abbandonato il tetto coniugale, gli impediva di vedere il cane. E lì scoppiavano le liti peggiori. L'accesso ai figli rimaneva libero e sono sicura che nessuno dei due si sia mai posto il problema dei figli, invece il cane era la creatura più preziosa della famiglia e perciò il fulcro di qualsiasi contesa. I figli di Vittorio e della Iole, a loro volta, se ne fregavano: praticamente vivevano abbandonati a loro stessi, quelli più grandicelli erano già in fabbrica a lavorare e non avevano certo tempo da perdere con le scaramucce amorose dei genitori.
Dopo aver consumato la tragedia e il dramma con le loro grida che riempivano il borgo assolato e deserto dei pomeriggi d'estate, la Iole e il marito ritornavano sempre d'amore e d'accordo, fino alla fuga successiva. In particolare la Iole diventava una moglie straordinariamente devota quando al marito toccava trascorrere dei periodi in gattabuia. Nulla di grave, piccoli furti, bracconaggio e "cosette" così insomma. I miei genitori si vergognavano e non mi dicevano che Vittorio era finito in galera. E dal canto mio, non capivo perché Vittorio se ne fosse andato lasciando la macchina sotto casa, ma in fondo mi faceva piacere perché la lasciava sempre aperta e potevo giocarci tutto il giorno insieme ai suoi figli più piccoli. Soltanto pochi anni fa i figli della Iole mi hanno raccontato dei soggiorni obbligati del padre presso la casa circondariale, prendendomi pure per il culo perché non mi ero mai accorta di nulla. Mi dispiace che la Iole non ci sia più.
I' Pillola ha qualche anno in più di me, è un bel ragazzo, "un tòcco di fico", come si dice da queste parti. E i' Pillola è perfettamente consapevole del suo fascino e del suo acendente sulle donne e se lo tira un monte, con quell'aria da bel tenebroso che ora che ha superato abbondantemente i quarant'anni fa anche un po' sorridere.