ARE U EXPERIENCED?
[Interview]
by
David Capone
SMASHWORDS EDITION
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PUBLISHED BY:
David Capone on Smashwords
Are U experienced?
Copyright © 2011 by David Capone
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ARE U EXPERIENCED?
[Interview]
Stavolta, a quella cacchio di scrivania c’era seduto lui, Jimi Hendrix. Jimi mi fa: “Are you experienced?”. E io, più afflitto che mai, gli do la solita risposta: “No, purtroppo. Dimmi tu come faccio a essere experienced se nessuno mi dà mai una possibilità?”
“Una possibilità? Ma non dire fesserie. Perché dovrebbero darti una possibilità? Sei mica un impedito!”
“E che dovrei fare allora?”
“Intanto, cominciare a levare quegli occhi dal pavimento e darti un po’ da fare a fottere il prossimo. O almeno a farti fottere te, ma a dovere. O una o l’altra, mai in mezzo, You know what I mean?”
“Sì, forse.”
“Ecco, bravo.”
Fa strisciare due bicchieri tra fogli, penne e Fender in miniatura, tira fuori una bottiglia dal cassetto e versa da bere.
“Sei un bravo ragazzo, si vede, mi fai una cosa nella ‘uallera.”
“Come, Jimi?”
“Mi fai tenerezza, voglio aiutarti.”
“Magari…”, ci penso un attimo, poi la butto lì: “Perché non mi fai entrare nella band?”
“Tu?”
“Anche solo a reggervi gli strumenti. O magari a trovarvi le ragazze per la serata. Qualsiasi cosa.”
“Non mi sembri il tipo da ‘ste cose.”
“Ho bisogno di lavorare.”
“Non mi sembri il tipo.”
“Che vuoi dire? Guarda che sul lavoro sono una persona seria, uno che si fa il culo, che ci si può fidare.”
“Appunto.”
“?”
“Non devi disperare. Prima o poi verrà il tuo turno.”
Di ritorno a casa, ripenso a quello che m’ha detto Jimi. Per strada la gente s’affanna per raggiungere dei posti, va di fretta, è incazzata. Non ha tempo. Io invece ho tutto il tempo che voglio. Mi fermo davanti alla vetrina di un negozio di strumenti musicali. Senza volerlo, lo sguardo mi si pianta sulla Stratocaster bianca adagiata in un angolo e non schioda più di lì. Le lacrime prendono a venir giù da sole. ‘Prima o poi verrà il mio turno’. È una vita che va avanti così. Non bisogna disperare, dice lui. Basta fottere il prossimo. O farsi fottere, però a dovere. Un bel dilemma. Solo adesso mi rendo conto di non aver mai fatto nè l’una nè l’altra cosa. Mai: Troppo onesto per fottere, troppo orgoglioso per farmelo fare.
Dietro la vetrina, oltre le chitarre, c’è un tizio dall’aria scoglionata infilato dietro a un bancone. Costui tutto mi sembra meno che un venditore di musica, eppure è lì. Io no. I clacson seguitano a sventrare l’aria in modo ossessivo. Alle mie spalle un autobus fischia, qualcuno mi urta per salirci sopra. ‘Prima o poi verrà il mio turno’. La disperazione m’assale. Dallo stomaco un impeto di puro aborrimento prende a insinuarsi su su, lungo le vertebre. Un brivido mi scuote tutto. L’impeto fa per bussare alle porte del cervello…
Decido d’entrare e, prima cosa, m’avvio verso gli strumenti in vetrina, afferro la Stratocaster quella bianca, supero un pianoforte e vado per il bancone cassa. Una volta di fronte al tizio scoglionato, gli faccio: “Hai due possibilità, chi è che suonava questa chitarra?”
Lui mi guarda, esita un istante, poi di colpo sembra recuperare un tono autoritario: “Rimettila a posto, per favore.”
“Niente da fare, chi suonava questa chitarra?”
“Ma che ne so, Eric Clapton, dai, rimettila a posto!”
“Nemmeno.”
Sollevo lo strumento in aria e glielo sfascio sul bancone, poi torno a sollevarlo e mando in frantumi una vetrina al mio fianco, di nuovo in aria, e un bel po’ di cose vanno in pezzi, questo finché delle persone prima, e un branco di poliziotti dopo, non si danno da fare per bloccarmi e portarmi via di lì. In questura spiego le mie ragioni, non ci provo nemmeno a giustificarmi. Verso sera sono a casa.
Il giorno dopo ricevo una chiamata, il numero non mi è nuovo, è Jimi Hendrix.
“Ehi, ho saputo che ti sei dato da fare”, mi fa.
“Sì, stavolta proprio non ce l’ho fatta a trattenermi.”
“Bene bene, sapevo che non eri del tutto un pecorone.”
“Come, Jimi?”
“Passa qui tra un’oretta, c’è lavoro per te.”
“Dici sul serio?”
Butta giù, senza ammettere repliche.
Resto per un attimo immobile, col cuore che mi va all’impazzata. Quello lì aveva ragione, alla fine il mio turno è arrivato per davvero. Infilo la giacca, abbranco la mia Stratocaster, e filo a lavorare.